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5月16日 "SE VOI FOSTE PERSONE NORMALI" di Moni OvadiaSe foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare. Se foste un musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l’ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale. Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un’impalcatura, l’annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro. Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un’indignazione passeggera. Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele. Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un’opposizione senza quartiere ad un governo autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio. Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra, non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie. Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia. Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico. Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali. Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo. Da l'Unità del 09/05/09 5月10日 CRIMINALIConvenzione sullo statuto dei
rifugiati, Ginevra 1951 Art.33 Divieto d’espulsione e di rinvio al confine 1) Nessuno Stato Contraente espellerà o RESPINGERA', in qualsiasi modo,un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche. CRIMINALI! 1月5日 "Non una parola, non un pensiero..." - Lettera aperta di Luisa Morgantini ai Politici Italianida www.volint.it
Pubblichiamo la lettera aperta del Vice Presidente del Parlamento Europeo Luisa Morgantini ai Politici Italiani per richiamare la loro attenzione sulla gravissima situazione che la popolazione palestinese di Gaza sta vivendo. - Roma, 3 Gennaio 2009 - Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole, farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove sono i Veltroni, con i loro "I care", come si può tacere o difendere la politica di aggressione israeliana La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano il prezzo dell'incapacità della Comunità Internazionale di far rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua politicale coloniale. Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare. Bisogna fermarli. Ma basta con l' impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti. Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case, check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo, picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari. Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all' ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici perché fanatici ebrei non sopravissuti all'olocausto ma arrivati da Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per diritto divino, sono entrati di forza e l'hanno occupata perché vogliono costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d'acqua o le loro pecore avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di 870 negozi. Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai villaggi che divide palestinesi da Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali all'estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza perché non c'è riscaldamento, non c'è luce, o i bambini nati prematuri nell'ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano. Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone. Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di bambini che non tiravano razzi. Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione, avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947. Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti israeliani: Cessate il fuoco, cessate l'assedio a Gaza, fermate la costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l' occupazione militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle minaccie contro Israele. Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di essere nemici, basta con l'occupazione. Dio mio in che mondo terribile viviamo. Appello di Amnesty International: porre fine agli attacchi e affrontare le necessità della popolazione di GazaAmnesty International ha dichiarato che i civili palestinesi rischiano ancora di essere feriti e uccisi dagli attacchi aerei, mentre si acuisce la mancanza di cibo, medicine, elettricità, acqua e altri generi di prima necessità. "Il drammatico computo dei morti rischia di aumentare a causa della mancanza di cure mediche adeguate per le centinaia di persone rimaste ferite. Il settore sanitario di Gaza era già a corto, in tempi normali, di attrezzature, medicine e professionisti e la situazione è peggiorata a causa del blocco israeliano a tal punto che non è possibile occuparsi di un così grande numero di feriti" - ha affermato Amnesty International. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, Israele deve permettere l'accesso dei feriti agli ospedali israeliani e a quelli palestinesi di Gerusalemme Est e del resto della Cisgiordania. L'Egitto, a sua volta, deve mettere a disposizione i propri ospedali per tutti coloro che non possono essere curati a Gaza e assicurare che le guardie di confine non ricorrano all'uso eccessivo della forza contro chi fugge dai bombardamenti. Hamas deve garantire che le proprie forze di sicurezza e milizie non impediscano od ostacolino in alcun modo il passaggio dei feriti e dei degenti che cercheranno di lasciare Gaza. Nonostante le assicurazioni d'Israele che gli aiuti umanitari possono entrare a Gaza, la realtà è che ciò che è arrivato negli ultimi mesi è solo una parte del necessario. "È profondamente inaccettabile che Israele continui di proposito a privare un milione e mezzo di persone del cibo e di altri prodotti di prima necessità. Questa politica non può essere giustificata da motivi di sicurezza o di altro genere e deve cessare immediatamente" - ha sostenuto Amnesty International. "Israele deve consentire agli operatori delle agenzie internazionali umanitarie e per i diritti umani di entrare immediatamente e in condizioni di sicurezza a Gaza". Amnesty International ha reiterato la propria richiesta di una fine immediata degli attacchi illegali e sconsiderati d'Israele contro le aree residenziali e densamente popolate di Gaza, attacchi che dal 27 dicembre hanno causato oltre 300 morti, decine dei quali erano civili non armati e di poliziotti che non stavano prendendo parte alle ostilità, e alcune centinaia di feriti. Amnesty International ha chiesto ancora una volta ad Hamas e agli altri gruppi armati palestinesi di smetterla coi lanci indiscriminati di razzi contro le città e i villaggi del sud d'Israele, che negli ultimi tre giorni hanno provocato due morti e diversi feriti tra la popolazione civile israeliana. A seguito della diffusione di notizie secondo le quali un imprecisato numero di prigionieri, compresi membri di al Fatah, sarebbe rimasto ucciso o ferito nel corso dei bombardamenti israeliani contro strutture di sicurezza e detentive, Amnesty International ha sollecitato Israele a non prendere di mira le prigioni e Hamas a fornire informazioni sulla sorte dei detenuti e consentire le visite dei familiari appena possibile. Tra gli obiettivi colpiti da Israele figurano abitazioni private e altri edifici, tra cui un'università. Alimentando l'atmosfera di paura nella popolazione civile, le forze israeliane stanno inviando messaggi telefonici a una serie di utenze palestinesi, avvisando di lasciare le abitazioni in vista di imminenti bombardamenti. Questa pratica, usata ampiamente in Libano nel 2006 e in precedenza nella stessa Gaza, sta seminando il panico tra la popolazione, anche se nella maggior parte dei casi gli edifici in questione non vengono colpiti. Piuttosto che costituire l'efficace preavviso di un'azione militare, questo comportamento rappresenta dunque una violazione del diritto internazionale e deve cessare immediatamente. 12月30日 Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza? - Intervento dell'ex ministro dell'informazione del governo di unità nazionale palestineseda www.peacereporter.net Ramallah, 27 dicembre 2008. E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto?
Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.
(testo raccolto da Francesca Borri) 11月14日 Notizie su cui cala il silenzio / 2 - Cosa succede in Congo??Cosa succede
in Congo? Chi si occupa da anni di questioni internazionali, impara ad orientarsi in situazioni poco chiare, in cui bisogna lavorare su ipotesi che solo il futuro può confermare o smentire. Sappiamo che le dichiarazioni ufficiali, abitualmente, nascondono ciò che capita davvero, e che spesso sono menzogne diffuse allo scopo di confondere e impedire la comprensione dei fenomeni reali. I Comitati di Solidarietà con l’Africa Nera seguono da vicino la situazione del Congo dal 1991, attraverso i contatti con religiosi spagnoli e i rappresentanti locali di organizzazioni a difesa dei diritti umani. Ora abbiamo anche delle fonti nella regione di Kivu, persone che vivono in diretta ciò che appare nei nostri televisori. Nel periodo 1998-2003 la situazione del conflitto nella regione orientale del Congo era ben peggiore di adesso, ma la paura della popolazione è che si ripetano i fatti di quei cinque anni, in cui morirono circa 4 milioni di congolesi. Ciò che sorprende è che quando Ruanda, Uganda e Burundi invasero il Congo, quella guerra rimase del tutto ignorata dai media. Casualità? Perché allora le telecamere rimasero spente, mentre ora ci informano della massa di profughi in fuga dalle città occupate dall’esercito del signore della guerra Laurent Nkunda? Sembra che l’esercito congolese non riesca a frenare l’avanzata delle forze di Nkunda, e che fra i dirigenti della politica internazionale circoli l’idea di aumentare la presenza di caschi blu sul campo. Alcuni dirigenti europei valutano addirittura la possibilità di mandare una forza d’intervento rapido della UE, per evitare la catastrofe umanitaria. Credo che l’intenzione di diffondere l’informazione di un’emergenza umanitaria nell’est congolese, nasconda una ragione occulta che per ora possiamo solo cercare d’interpretare. L’idea è aumentare la presenza dei caschi blu. Sommiamo a quell’idea l’adulazione di Javier Solana per la missione dei caschi blu (si chiama MONUC) per il suo comportamento esemplare su un terreno tanto rischioso. Aggiungiamo una contraddizione: le manifestazioni di massa delle popolazioni di Goma e Bukavu, le capitali, rispettivamente, del Kivu del Nord e del Sud, per chiedere l’allontanamento proprio dei caschi blu. Mettiamo in conto un altro elemento: in settembre è stato nominato al comando di MONUC il Tenente Generale spagnolo Diaz de Villegas, che adducendo motivazioni personali, si dimette appena due mesi dopo. Che significa? Secondo fonti locali, testimoni oculari hanno visto caschi blu rifornire di armi le forze di Nkunda, cioè rifornire quelle forze cui dovrebbero impedire le violenze sulla popolazione civile. Altri riferiscono di traffici illeciti di caschi blu con oro e diamanti; i caschi blu userebbero gli elicotteri per trasportare minerali in Ruanda (è il Ruanda che ha creato Nkunda e che lo finanzia). Altri ancora riferiscono di abusi sessuali su minori a carico di caschi blu. Questi sono casi che potrebbero essere dei fenomeni isolati, particolari casi di corruzione di qualche militare dei caschi blu. Ma c’è ben altro. Le forze MONUC scompaiono se le truppe di Nkunda vincono, si interpongono se l’esercito congolese sta per avere la meglio. In altri casi facilitano l’avanzata dell’esercito di Nkunda sguarnendo all’improvviso le loro posizioni nell’area cuscinetto di competenza, consentendo alle forze di Nkunda di sorprendere l’esercito congolese. Inoltre, Nkunda è stato visto usare elicotteri della missione MONUC per spostarsi. Ma quello che è successo giusto alla vigilia delle dimissioni del Tenente Generale Villegas, potrebbe essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Le truppe di Nkunda occupano la base miliare di Rumangabo con un attacco a sorpresa facilitato dall’uso di uniformi della missione MONUC, ripetendo l’espediente tattico già usato da Nkunda nell’occupazione di Bukavu nel giugno del 2004. In entrambi i casi il comando MONUC non ha avvisato l’esercito congolese dello stratagemma. Non sembra strano, dunque che i congolesi ritengano che la funzione della missione MONUC sia proprio evitare che l’esercito congolese sconfigga l’esercito di Nkunda. Insomma, i caschi blu favorirebbero situazioni in cui possono perdere la vita centinaia o migliaia di civili innocenti. Perché? Per capire il conflitto bisogna ricordare che il Congo è uno dei paesi più ricchi del pianeta in risorse naturali, specialmente minerarie. Oro, diamanti, rame, cobalto, uranio, stagno e una lunga lista di minerali che hanno qualità fuori dal comune. Ricco di minerali rari e strategici; il caso più noto è quello del coltan, indispensabile per la costruzione dei telefonini e che in Congo è presente in quantità tali da costituire la riserva mondiale assoluta, quasi una specie di monopolio. Il coltan ed altri minerali stanno uscendo dal Congo attraverso il Ruanda (e l’oro dall’Uganda) dal 1998. E per le multinazionali il sistema funziona bene così. Il problema è che questo stesso sistema sta arricchendo il clan di Paul Kagame, che ostenta il suo potere e mantiene milizie ruandesi di vario tipo (hutu ma anche tutsi, come quella di Nkunda). La volontà del governo congolese è di farla finita con questo sistema, il cui “beneficio” per i congolesi si riduce al lavoro schiavile minorile nelle miniere e alle violenze sulla popolazione civile da parte delle solite milizie. Ma quale dirigente occidentale è disposto ad appoggiare azioni contro Kagame e i trafficanti che dominano il traffico di coltan, assumendosi i rischi per l’economia? Potrebbe collassare il mercato internazionale del coltan, con gravi conseguenze per le imprese di telefonia e le aziende ad esse legate. Specie in questo periodo di crisi. Un problema aggiuntivo è che le forze ruandesi, caratterizzate dalla brutalità e dalla crudeltà delle loro azioni contro i civili, sono coscienti della loro posizione di forza ed esigono il totale silenzio da parte della comunità internazionale. Il FPR (Fronte Patriottico Ruandese) ha compiuto dei veri massacri in suolo ruandese e congolese, assassinando centinaia di migliaia di ruandesi - hutu soprattutto - e congolesi. Eppure i media si sforzano di mantenere pulita l’immagine del Ruanda, portandolo ad esempio dello sviluppo in Africa. Questo spiega perché per anni le truppe ruandesi hanno invaso il Congo facendo strage di civili, senza che il fatto abbia mai assunto il valore di “notizia”. Un altro aspetto della questione è il ruolo della Cina. La Cina può soddisfare in Congo l’enorme necessità di materie prime di cui abbisogna il suo sviluppo economico, e in cambio può fornire l’aiuto necessario al governo congolese per sostenere la guerra in corso. E’ già stato firmato un accordo in forma di scambio: rame per la Cina in cambio della costruzione di aeroporti, ospedali, scuole, autostrade… Si tenga conto del fatto che a causa della debolezza, il governo congolese non è in grado di difendere il suo territorio, e per questo le multinazionali europee e statunitensi stanno pagando al Congo tra il 5 e il 12% delle ricchezze (dichiarate) che sono oggetto di sfruttamento. I cinesi, al contrario, offrono il 30% di quello che sfruttano. Questo fatto ha provocato forti pressioni occidentali sul governo congolese per recidere il contratto con i cinesi, ma in agosto per tutta risposta, il governo congolese ha dichiarato che quel contratto sarebbe stato rispettato. Proprio alla fine di agosto (casualità?) le milizie di Nkunda hanno scatenato l’offensiva con l’appoggio del Ruanda, alla conquista della regione di Kivu. La missione MONUC è presente a vigilare sugli interessi della “comunità internazionale” (o per meglio dire, in questo caso, sugli interessi di USA, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e altri) e in ultima istanza risponde agli ordini di Alan Doss, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per la Repubblica Democratica del Congo, britannico e capo supremo della MONUC. Ecco perché questa missione non è lì per proteggere i civili. Un'altra sfumatura della complessa questione qui esposta, è l’ambizione di Kagame e del progetto che avrebbe ideato: la spartizione di un pezzo del Congo. Il Ruanda annetterebbe la regione del Kivu e si spingerebbe anche oltre, in direzione del Kenia. Quanti milioni di morti ci saranno ancora, nel più completo silenzio in questa zona d’Africa mentre noi parliamo al telefonino? Tra Ruanda e Congo il conto è già di 7 o 9 milioni di morti. Oppure fermeranno Kagame perché vuole andare troppo lontano? Lo scontro Usa - Cina dietro la recrudescenza della guerra in Congo - 14/11/08 Notizie su cui cala il silenzio... Articolo pubblicato su Megachip.info - democrazia nella comunicazione Lo scontro Usa - Cina dietro la recrudescenza della guerra in Congo - 14/11/08 di Simone
Santini – da clarissa.itLo scorso agosto il signore della guerra Laurent Nkunda, generale delle milizie tutsi del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), aveva denunciato gli accordi di pace stipulati appena qualche mese prima che mettevano fine alla guerriglia di confine nel nord del Congo tra varie fazioni avversarie che fanno riferimento a Congo, Ruanda e Uganda. La guerra nella regione di Kivu esplodeva di nuovo.Tra il 1998 e il 2003 Ruanda e Uganda avevano invaso il territorio congolese. Stabilita una tregua, sul campo rimanevano varie milizie in perenne stato di tensione. A queste si interponeva la missione dei caschi blu del MONUC. Nel novembre 2007 Congo e Ruanda firmano l'accordo di pace che prevede lo smantellamento delle rispettive milizie ed il loro inglobamento nell'esercito congolese. A gennaio questo accordo è ratificato da tutte le milizie sul campo, ma ad agosto Nkunda (filo-Ruanda) riprende le armi. In pochi mesi è la catastrofe umanitaria: milioni di profughi e migliaia di morti. ![]() Si può ben dire che il Congo sia il paese potenzialmente più ricco del continente africano. Le sue risorse, in particolare minerarie, hanno un'importanza strategica a livello planetario. Rame, uranio, oro, diamanti. E minerali rari quanto preziosi come il coltan, componente essenziale per la produzione dei telefonini, di cui il Congo è praticamente l'unico giacimento mondiale. Durante la guerra del 1998-2003, l'esportazione di coltan, ma anche quella di diamanti, aveva preso la via illegale attraverso il Ruanda, sotto il controllo delle compagnie multinazionali del settore ed arricchendo incredibilmente il clan di Paul Kagame, l'uomo forte ruandese, che può così finanziare e proteggere le milizie che a lui fanno riferimento. Gli accordi di pace potevano minare tale sistema. Tanto più che nel 2007 il governo congolese del giovane presidente Kabila ha firmato importanti accordi commerciali con la Cina, lasciando ai margini le potenze occidentali, Stati Uniti in testa. Pechino sta utilizzando efficacissime strategie commerciali/diplomatiche per la sua penetrazione in Africa. In cambio delle tanto agognate materie prime (in Congo cerca soprattutto rame), la Cina porta in contropartita grandi programmi di infrastrutture: aeroporti, autostrade, scuole ed ospedali. E paga bene. Se le compagnie occidentali lasciano al Congo tra il 5 ed il 12% del valore prodotto con le esportazioni, il cinesi lasciano ben il 30%. I paesi occidentali hanno fatto pressione su Kabila affinché ritorni sui suoi passi per quanto riguarda questi accordi. Ma ad agosto il presidente congolese li ha confermati (del resto in questo momento di crisi finanziaria nessuno può competere con i cinesi sulle strategie commerciali) ma subito dopo, con impressionante tempismo, è tornata la guerra. Non è un caso che gli altri paesi africani che hanno, a loro volta, stretto importanti accordi con la Cina sostengano pienamente il Congo contro la guerriglia. Addirittura l'Angola ha inviato le proprie truppe in sostegno a Kinshasa. La guerra regionale si sta trasformando dunque in una sorta di scontro tra grandi potenze per procura: gli occidentali (ed in particolare gli Stati Uniti) dietro il Ruanda e le milizie ribelli; la Cina dietro il governo del Congo. Particolarmente ambiguo appare il ruolo della missione delle Nazioni Unite (Monuc: Missione ONU per il Congo). Da un lato c'è chi rimprovera Kabila, dall'interno dell'establishment governativo, di avere intessuto rapporti troppo stretti con la spedizione. Dall'altro, c'è chi accusa apertamente i caschi blu di favorire i ribelli. La forza di interposizione agirebbe infatti a corrente alternata: assente quando ad attaccare sono le milizie; si frapporrebbe quando sembrano prevalere i governativi. Insomma, più che una missione di pace, quella del Monuc sembra una efficace metodologia per lasciare sempre acceso, sul campo, il fuoco del conflitto. 11月7日 La guerra del coltan da Peacereporter 07/11/2008 Chiara
Castellani a Radio Popolare Salento: 'Attenzione, qui non si sta
consumando un conflitto etnico, questa è una guerra commerciale'. Che sta succedendo nel Nord Kivu? Si sta consumando una guerra più sporca di altre? O stiamo assistendo a un secondo atto della guerra etnica di hutu contro tutsi scoppiata tredici anni fa nel troppo vicino Ruanda?
9月16日 Lettera di un italiano "perplesso""...che strano Paese è il nostro, dove, se sei un campione dello sport o un personaggio famoso, puoi evadere milioni di euro di tasse e continui a essere osannato dalle folle; se vendi il tuo corpo e le tue prestazioni sessuali ai potenti, diventi una star e Tv e agenzie pubblicitarie ti pagano profumatamente; e se spacci soldi falsi e droga, ma hai gli amici giusti, ti pagano come un divo per inaugurare negozi. È un Paese dove l’illegalità e la furbizia nel gabbare il prossimo sono un vanto; dove in Parlamento siedono onorevoli con la fedina penale sporca, condannati per qualche reato, ma sono fuori dal carcere grazie a leggi modificate appositamente, alla sostituzione di giudici o all’inventiva dei migliori avvocati; dove «con la Mafia bisogna convivere» , e dove ci sono zone (vedi i Quartieri Spagnoli di Napoli) in cui la polizia non entra per paura; dove centinaia di migliaia di risparmiatori hanno investito i soldi di una vita in azioni, obbligazioni, bond e derivati, che si sono rivelati solo carta straccia; dove le ditte falliscono, inchiodano i creditori e poi risorgono senza alcun obbligo di restituire niente a nessuno. In un Paese così, qual è la vera fonte di insicurezza e di illegalità? Sono i rom degradati che rubacchiano, i loro figli che chiedono la carità per strada e che sporcano, o anche gli immigrati clandestini che fanno i "vu’ comprà"? Che strano Paese il nostro, che ostenta la propria identità cristiana e
si preoccupa che non siano rimossi i crocifissi dai luoghi pubblici, ma che
non si scandalizza dei crocifissi in carne e ossa (o se si preferisce dei
poveri Lazzaro), che ogni giorno muoiono nel tentativo di entrare nei nostri
confini. Che strano il nostro Paese, che preferisce non utilizzare i
contributi europei per l’integrazione dei rom, ma che è soddisfatto di
investire i soldi delle proprie tasse per costruire canili con 30 metri
quadri di area verde e 9 di spazio chiuso per cane, con annesso cimitero." http://www.sanpaolo.org/fc/0837fc/0837fc08.htm 7月8日 Le impronte strappate ai bimbi Rom... e l'impronta di Dio!da donboscoland.it
Siamo angosciati e temiamo questo clima che si sta diffondendo nel nostro Paese. Siamo un gruppo di amici di Rom e Sinti e operatori e operatrici pastorali che a nome della Chiesa Italiana e delle nostre comunità religiose accompagna e cerca di vivere il “sacramento dell’incontro” e dell’amicizia con il popolo dei Rom e dei Sinti. Ci uniamo a quelle voci che anche all’interno della Chiesa si sono levate per denunciare e richiamare il rispetto della dignità della persona e dei poveri in modo particolare.
L’ultima proposta dell’onorevole Maroni, Ministro dell’Interno, è la conferma che lo spettro di un passato non così lontano è sempre pronto a rialzarsi, anche con la complicità di non pochi silenzi.
Ø Siamo preoccupati non solo per le impronte ai bambini Rom, ma soprattutto per quelle che la nostra società ha disseminato lungo questo anno, impronte inzuppate nell’inchiostro dell’indifferenza, del razzismo, del pregiudizio.
Un anno fa a Livorno bruciavano nella loro baracca 4 bambini Rom. Anche di fronte ad un dramma del genere i giudici hanno scelto di impedire ai genitori di esprimere il loro dolore, rinchiudendoli immediatamente in carcere. Mai era successa una cosa del genere! Anche il sindaco di Livorno si è contraddistinto per la sua ambiguità, rifiutandosi più volte di dare un alloggio per le due famiglie coinvolte, di fronte ad una opinione pubblica indifferente e contraria ad un aiuto per le due famiglie Rom.
Da allora i fatti si sono susseguiti senza tregua, avendo sempre di mira i poveri e i Rom in genere. Le impronte ai bimbi Rom sono il risultato di una lunga e tragica catena, una fabbrica della paura che vede coinvolti tutti quanti: le Istituzioni, i partiti e i loro governi, e gran parte dell’informazione, spesso manipolata ad arte, ma anche quei silenzi che rischiano di appoggiare di fatto il più forte a danno del debole.
Ø Siamo turbati per questa guerra ai poveri, demagogica, antidemocratica e antievangelica!
Quante di queste impronte abbiamo lasciato un po’ ovunque in questo anno: lo è stata l’ordinanza del Comune di Firenze contro i lavavetri e gli accattoni, gli sgomberi dei campi Rom dei comuni di Roma e di Milano che facevano a gara chi in effetti espelleva più Rom, la caccia al Rom, il divieto di accattonaggio ad Assisi per non turbare gli interessi turistici e la quiete dei conventi e delle chiese, i campi Rom dati alle fiamme a Napoli, la mistificazione della sicurezza e la formazione di ronde cittadine per il controllo dei quartieri in nome del motto razzista: “tolleranza zero”, l’introduzione del reato di clandestinità, la militarizzazione delle nostre città… una fabbrica della paura ben architettata. Questo ci turba perché temiamo che continuerà a produrre altri mostri, sempre in nome del “Dio della sicurezza”, e adoratori di questi mostri si stanno diffondendo rapidamente raccogliendo sempre nuovi adepti!
Ø Dai campi Rom e Sinti dove viviamo accolti dalla loro umanità e amicizia, anche noi guardiamo con timore e preoccupazione le nostre città, questo rapido deterioramento della convivenza, questa ansia di controlli sempre più assidui, questa voglia di schedatura su base etnica; ci preoccupa l’avanzata di questo razzismo, spesse volte apertamente dichiarato e tollerato dalle stesse autorità perché ritenuto ormai “normale”!
A volte subiamo noi stessi sguardi, gesti di rifiuto e di esclusione dalle nostre stesse comunità di appartenenza. Da questi luoghi spesso marginali ma privilegiati punti di osservazione, guardiamo attraverso gli occhi dei Sinti e Rom il “nostro mondo” che cambia e rimaniamo anche noi sorpresi nel vedere e constatare la sua voracità che avanza senza scrupoli e travolge tutto e tutti…spesso ringraziamo Dio per averci fatto incontrare e conoscere questo popolo che ci aiuta e ci trasmette quella “normalità” che la nostra società di appartenenza sembra aver smarrito.
Ø Come annunciatori del Vangelo di Gesù, che nell’accoglienza dei poveri e dei piccoli ci ha rivelato il volto del Dio della vita, non possiamo dimenticare che in ogni uomo e donna, chiunque essi siano, di qualsiasi popolo, cultura e fede di appartenenza, è impressa l’impronta di Dio, è questa l’unica impronta che vogliamo “adorare” ed esibire.
Vivendo in mezzo a Rom e Sinti o frequentando delle famiglie, abbiamo anche potuto apprezzare tante loro ricchezze e riconosciamo che le nostre vite, la nostra stessa fede sono state arricchite e segnate dalla loro “impronta”. Anche per questo ci sentiamo loro grati e debitori, e vorremmo che anche ai Rom e ai Sinti fossero riconosciuti il diritto di vivere nella sicurezza e la tranquillità di far crescere ed educare i loro figli secondo la loro cultura e nel rispetto delle diversità.
Don Federico Schiavon – Udine Franca Felici - Massa Carrara Don Piero Gabella – Brescia Laura Caffagnini e Bertolucci G - Parma Cristina Simonelli - Verona Sr. Rita e Carla Viberti - Torino Palagi Marcello – Massa Carrara Lucia Lombardi - Verona Betti Adami - Verona p.Luciano Meli - Lucca Don Agostino Rota Martir - Pisa Daniele Todesco - Verona Don Francesco Cipriani - Verona Piccole sorelle di Gesù – Crotone 5月25日 Rom e Sinti: se tu li conoscessi davvero...da donboscoland.it il mio parere in merito lo conoscete già...
Un episodio spettacolarizzato dai mass media, ma dai contorni ancora incerti - una ragazza Rom di 16 anni accusata di aver tentato di portar via, in una situazione inverosimile, una bambina - ha scatenato una reazione furibonda e violenta, un grande e diffuso pogrom, non solo a Napoli ma in tutta Italia, nei confronti di rom e sinti. Di fronte a questo fatto e al clima pesante che si è innescato in questi giorni sulla “sicurezza”, ci preme fare alcune considerazioni:
* Lo svolgimento dei fatti non è ancora chiaro, ma il giudizio sembra essere già stato emesso e la sentenza è stata già eseguita, indiscriminatamente, contro tutti i rom e i sinti. Eppure, dati alla mano, a cominciare da quelli forniti delle forze dell’ordine e dal ministero degli interni, nessuna delle numerose e ripetute accuse abituali rivolte a rom e sinti, in questi ultimi decenni, quando sparisce un bambino, ha trovato un riscontro oggettivo; le indagini hanno sempre smentito che siano stati loro, anche se nessuno poi ha detto e scritto che i sospetti e le accuse iniziali erano ingiusti e falsi.
* Non è nei costumi dei rom e dei sinti portare via i bambini a nessuno e l’episodio di Napoli, che sembra smentire questa affermazione, in realtà corrisponde a uno stereotipo che viene abitualmente utilizzato per criminalizzare rom e sinti e che si è rivelato sempre falso: i fatti possono essere stati riferiti malamente dai genitori della bambina, come è avvenuto regolarmente in passato in casi analoghi; può essere stato montato ad arte, per facilitare lo sgombero dei campi e permettere grandi speculazioni; può essere il gesto di una squilibrata, come si è verificato altre volte, in casi in cui sono state coinvolte donne non zingare con problemi personali. ecc.
* Presto uscirà una ricerca dell’Università di Verona, ricerca voluta, sollecitata, sostenuta e finanziata dalla Migrantes, che partendo dal pregiudizio che “gli zingari rubano i bambini”, ha voluto analizzare scientificamente tutti i casi di denuncia nei confronti di Rom come presunti responsabili di questo reato. In questo modo, si è potuto accertare che, negli ultimi 20 anni, non c’è stato neanche un caso di bambini che siano stati rapiti da rom o sinti, a fronte di centinaia di casi di loro figli portati via con estrema facilità, superficialità e spietatezza dai “Servizi Sociali”, per affidarli, per lunghi periodi e più spesso in modo definitivo, a istituti e a famiglie del tutto ignari della loro cultura, col risultato di creare dei bambini e, poi, degli adulti traumatizzati e disadattati, non più rom, ma impossibilitati a diventare come noi. Non si vuole prendere in considerazione che anche i bambini rom siano affezionati ai loro genitori e questi a loro e che la separazione temporanea o definitiva che sia, rappresenti anche per loro e non solo per i sedentari, una sofferenza indicibile e di difficile superamento, dato che non hanno, per l’età, gli strumenti per metabolizzare questa perdita totale della propria famiglia. I motivi sostanziali per cui tanti bambini rom e sinti vengono sottratti così di frequente, ai loro nuclei familiari è che si tratta di famiglie povere, che vivono secondo modelli di vita, culturali, educativi, abitativi, ecc., diversi dai nostri. Queste diversità culturali e queste condizioni economico-sociali, vengono interpretate, per mancanza assoluta di conoscenze e di rispetto, da parte dell’assistenza sociale, delle istituzioni, della magistratura e dell’opinione pubblica corrente, come forme di maltrattamento, di disinteresse, di sfruttamento dei minori, di inciviltà e di mancanza di amore da parte dei genitori. E’ da questa lettura pregiudiziale del mondo e dei modi di vita dei rom, oltre che dalle pressioni di un’opinione pubblica sempre più insofferente verso gli stranieri e le diversità, che le istituzioni giungono sistematicamente alla conclusione di dover di “fare il bene” di questi bambini, togliendoli dal loro ambiente e dandogli un’abitazione, un’educazione e un ambiente “civili e normali”. Ma in questo modo si interviene, disastrosamente, sugli effetti e non sulle cause, perché non si parte dalla presa d’atto, dalla conoscenza e dal rispetto delle diversità culturali e non ci si propone, salvo rare eccezioni, di sostenere e aiutare queste famiglie e questi gruppi “diversi” a superare le difficoltà della povertà e la marginalità escludente a cui sono condannati da una società pregiudizialmente ostile, che considera normali e leciti solo i propri modelli culturali e incivili quelli degli altri.
* Il clima xenofobo che si è andato diffondendo, in questi anni e particolarmente nell’ultimo, si è scaricato soprattutto su rom e sinti, facendoli diventare il capro espiatorio delle nostre insicurezze, ansie e paure. Ma se c’è oggi insicurezza, è quella che riguarda soprattutto loro, sono loro che vivono oggi nella massima precarietà, nel pericolo e sotto costante minaccia di aggressioni violente, di espulsioni, di sempre maggiore marginalizzazione. Sono i loro bambini che vivono nella paura e nel terrore, che vengono svegliati nel cuore della notte per essere cacciati via dai campi sosta dalle forze dell’ordine o dalle molotov di chi non li vuole nel proprio quartiere, come dimostrano le vicende, gli incendi e le devastazioni ripetuti di vari campi di Napoli e in particolare di quello di Ponticelli.
* Il supposto tentativo di rapimento è diventato il pretesto e l’occasione, nell’attuale clima xenofobo, per cercare di risolvere alla radice, in modo etnico e razziale, il problema dei rapporti con le comunità di sinti e rom, in quanto si pretende di imputare un reato, tutto da verificare e, comunque, sempre personale, a un intero popolo. Nessuno oggi potrebbe considerare lecito far pagare a una nazione le colpe di un suo membro, ma questo diventa normale quando di mezzo ci sono minoranze come i sinti e i rom o, oggi, anche i rumeni e i cinesi, ieri gli albanesi e i marocchini e ieri l’altro i meridionali, ecc. Il crimine di una persona non comporta, in uno stato di diritto, la perdita da parte dei suoi familiari e figli, dei diritti umani fondamentali, come quello all’abitazione o alla residenza, ma, anche in questo caso, il principio non sembra valere per rom e sinti. I Rom non sono un popolo, da trattare con leggi speciali e a parte e la difesa dei diritti umani fondamentali, è un valore non negoziabile in nessun momento, perchè ogni persona è sacra e va rispettata al di là dell’età, della cultura, dell’origine, della sua religione, delle sue appartenenze e di quello che, eventualmente, può aver fatto.
* La Chiesa, la comunità dei credenti, amante della vita e di ogni persona deve dire parole forti e inequivocabili che richiamino i valori del Vangelo, quando minoranze, gruppi, persone deboli non sono rispettate nei loro diritti fondamentali e deve denunciare e rifiutare, senza paura, le parole di razzismo e le campagne etniche che armano la violenza di gruppi esasperati per i più diversi motivi (vedi Verona) e sono fatte proprie, per motivi elettorali e di potere, da chi ci governa e da molte forze politiche, perchè, il clima di razzismo che si sta respirando, senza accorgersene, si diffonde, ormai senza trovare resistenze, nella nostra società civile e democratica e si insinua anche nel modo di pensare di tanti cristiani.
* La Chiesa già con Paolo VI, ha chiesto perdono di tanti suoi silenzi; non vogliamo sentirci ancora colpevoli e non vogliamo che ciò accada di nuovo oggi. Abbiamo negli occhi roulottes bruciate e bambini che piangono e fuggono con gli occhi terrorizzati, ma di fronte a questo stato di cose vediamo solo molta indifferenza ecclesiale, il favore e la connivenza neanche troppo nascosti delle istituzioni, la mobilitazione e l’organizzazione del razzismo, le ronde, i progetti di leggi e provvedimenti speciali contro i rom e i sinti, ma anche contro gli extracomunitari e uno scarso impegno della società civile contro queste violenze, per ricercarne i colpevoli e per renderli innocui. Anche se, come credenti, pensiamo a un altro tribunale, più alto, a cui nessuno potrà sottrarsi, quando ci sarà detto: “avevo fame... avevo sete... ero straniero... nudo ... malato... carcerato” e, ancora, ero rom, mendicante, senza lavoro, immigrato clandestino, barbone, lavavetri, ingiustamente sospettato e condannato, cacciato, ecc.
“Ci auguriamo di poter sentire quanto prima da parte della Chiesa parole più coraggiose e più ispirate al Vangelo di Gesù, capaci di guidare e di scuotere le comunità cristiane e non solo, perché tutti ritroviamo quei sentieri che abbiamo smarrito per costruire fraternità nella giustizia e nel rispetto delle vite dei poveri”.
Un gruppo di credenti che vivono nei campi, operatori pastorali e amici di rom a sinti 5月16日 Forza Angelo!non sempre mi trovo d'accordo con lui, ma stavolta la sua riflessione ci voleva.. non sopporto i qualunquisti che urlano "al lupo" fomentati da un'informazione disonesta! ci si limita ad osservare (anzi, nei nostri tempi possiamo ben dire "spiare" data la morbosità alimentata da programmi pseudo informativi che distruggono l'informazione e nulla hanno di neutro) e giudicare in base alle poche e distorte notizie che apprendiamo dai nostri media fasulli. si costruiscono arbitrarie relazioni causa-effetto senza minimamente preoccuparsi di capire cosa c'è dietro, quanti intrecci abbiamo serenamente saltato. la banalità ci divora, spinta da una massificazione del pensiero che ci rende schiavi. si sparano sentenze istantanee senza dedicare un minimo di ragionamento ad argomenti che ne meriterebbero. non accetto chi urla "ognuno a casa sua!" senza rendersi conto che sta parlando di PERSONE, nè buone nè cattive, semplicemente con molti problemi che non conosciamo. sarebbe molto più efficace povare ad assumerci noi la responsabilità di questi problemi, per quanto possibile, combatterli alla radice. Ma è troppo facile cadere nella tentazione di dire "ognuno si risolva i suoi problemi a casa sua!". A quanto pare esiste ed è sempre più spinta la globalizzazione dei mercati, ma non quel sano cosmopolitismo che abbatte le frontiere umane. Gli illuministi settecenteschi avrebbero tanto da insegnare a noi gente evoluta del duemila. "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell`uomo non ha dove posare il capo" Mt 8,20 Eppure, sembriamo dimenticarcelo così spesso... siamo solo di passaggio, la nostra casa è il mondo.. perchè preferiamo giocare a "mors tua, vita mea" piuttosto che assumerci le nostre responsabilità di uomini nei confronti dei fratelli più in difficoltà? possibile che un confine tra nazioni possa farci sentire in diritto di ignorare chi soffre? e ultima domanda... dove sono finite le radici cristiane dell'Italia che tanti, troppi politici invocano a loro piacimento?? Bagnasco: "Basta estremismi, aiuto a chi rispetta le regole""Solidarietà della Chiesa a tutti coloro che subiscono violenza gratuita ed incontrollata
L'emergenza primaria è l'educazione. Ancora prima occorre ritrovare valori certi" ROMA - Ai roghi dei campi rom il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, risponde: "Occorre neutralizzare gli estremismi, che non possono dettare legge a nessuno e non vanno considerati come la realtà totale di un popolo. E occorre, in positivo, creare condizioni di accoglienza e di dignità per tutti quelli che rispettano le regole della convivenza e si impegnano per una reale integrazione". Pochi giorni fa il porporato è stato a Napoli per presentare un libro, spiega, che "documenta l'impegno religioso e sociale del cardinale Sepe e dell'intera Chiesa napoletana in quella bellissima città". In queste ore ricorda le parole di Benedetto XVI al Consiglio per i Migranti: "Nella sua azione di accoglienza e di dialogo con i migranti e gli itineranti, la comunità cristiana ha come punto di riferimento costante la persona di Cristo nostro Signore". Cardinale Bagnasco, dai roghi di Napoli all'assassino efferato di Niscemi l'Italia assiste a un intreccio perverso tra violenze provenienti da immigrati, contro immigrati e fatti brutali che esplodono all'interno delle famiglie italiane. La Chiesa come intende agire? "Sono tutti fatti da condannare. E va espressa solidarietà concreta a tutte le persone che subiscono violenza gratuita ed incontrollata. Dopo aver condannato senza ambiguità i fenomeni, si tratta però di interpretarli alla luce di un quadro sociale più ampio, marcato da una ipoteca culturale problematica". A che cosa si riferisce? "Alla visione antropologica di una società, che sembra afflitta da una forma cronica di individualismo che certamente favorisce e non attenua fenomeni di devianza. Deve indurre a riflessione il richiamo di Benedetto XVI - ai vescovi della Slovenia in visita ad limina - che non tutti gli umanesimi sono uguali". Benedetto XVI arriva a Genova. Incontrare una grande città è come rivolgersi all'Italia. Cosa porta il Papa? "Porta con sé la speranza, su cui ha scritto una splendida enciclica che segna con sigillo a fuoco questo pontificato: l'amore, cioè, che si esprime nell'annunzio della verità di Cristo e la speranza che si esprime nel volto di Cristo". Lei ha indicato i rischi di disgregazione sociale in Italia. "L'emergenza primaria, senza sottovalutare altre questioni, è l'educazione. Bisogna ritrovare il coraggio e il metodo educativo, perché senza educazione globale e sostanziosa, non ci saranno generazioni capaci di affrontare gli scenari futuri che - per effetto della globalizzazione - saranno ancor più esigenti". Basta questa ricetta? "Sotteso al problema educativo c'è un'altra emergenza, che è quella di rinvenire un quadro di valori condivisi e ancor prima certi, perché senza questa preliminare fiducia sul bene non si dà possibilità di impegnarsi e tantomeno di sacrificarsi". Il Papa denuncia la cultura del relativismo morale. "La Chiesa dialoga con tutti nella luce della fede, ma anche nella luce della ragione, che si esprime nell'esperienza universale. Per questo la Chiesa ha grande fiducia che il dialogo, che desidera con chiunque, possa avere ottimi risultati per il bene integrale della persona e della società". Cosa si aspetta dalla visita papale a Genova? "Mi aspetto che la mia diocesi veda nel Papa la conferma della fede autentica in Gesù Cristo e che esprima tutta la sua gratitudine e il suo affetto per Benedetto XVI, che ha scelto di venire. Mi aspetto pure che a Genova riprenda con più intenso slancio la vita cristiana nelle parrocchie e che la gioia della propria fede sia offerta a tutti, giacché si tratta di un bene che non può essere trattenuto, ma solo donato". (16 maggio 2008) 4月5日 Diritti umani oggi... da www.repubblica.it Il monaco buddista Palden Gyatso apre il "sacchetto della memoria" e racconta decenni di violenze subite, da lui e dal suo popolo. Dentro e fuori dal carcere. E l'Occidente? "La Cina è potente, ci resta solo la forza della verità"Le sue caviglie. "Questa è la cicatrice dei ceppi". I suoi polsi. "Qui ho il segno delle manette a denti di lupo. Le chiamano così perché, se ti muovi, hanno dei chiodini che si conficcano nelle vene". La sua bocca. "Le scosse elettriche mi hanno fatto cadere tutti i denti. Per fortuna, la prima volta che sono andato a testimoniare alle Nazioni Unite mi hanno regalato una dentiera".Palden Gyatso ha passato trentatré lunghissimi anni nelle carceri cinesi. Porta sulla sua pelle le stimmate di un calvario. Cammina a fatica, è quasi sordo. Nessuno meglio di questo monaco buddista ormai anziano e dolente incarna la sofferenza ma anche la straordinaria resistenza del Tibet. Il suo corpo massacrato è abitato dalla tipica dolcezza himalayana. E da uno sguardo magnetico. A settantacinque anni, Palden Gyatso avrà anche rughe come solchi, ma non rinuncia a ricordare. "Quando mi arrestarono, nel 1959, stavo studiando nel monastero di Drepung. Per estorcermi una confessione, i cinesi mi picchiavano dopo avermi sospeso legando e tirando le mie braccia all'indietro fino al soffitto. Sempre in questa posizione, appiccavano il fuoco per bruciarmi le dita dei piedi. Alcune volte buttavano tra le fiamme polvere di peperoncino, così tutto il corpo diventava incandescente e gli occhi sembravano brace. Il dolore più terribile arrivava dopo, quando dovevo andare all'aperto per fare i lavori forzati, mezzo cieco e con le piaghe ancora purulente. Tra noi, chi non moriva di tortura, moriva di stenti e fame. Mangiavamo un pugno di riso e una tazza di brodo. Dalla disperazione, mi è capitato di cucinare anche le suole delle mie scarpe". I cinesi estorcevano sempre dai detenuti qualche parola, abbastanza compromettente da giustificare una formale condanna. Era solo questione di tempo. Palden Gyatso aveva resistito qualche mese, grazie alla sua giovane età. I monaci più anziani invece morivano in pochi giorni. Alla fine, dovette confessare anche lui di aver "marginalmente" partecipato all'insurrezione contro l'esercito di Pechino. Dopo l'occupazione, dalla Cina arrivarono la Rivoluzione culturale e l'ordine di cancellare qualsiasi riferimento religioso dal Tetto del mondo. Scomparve così l'universo tibetano dei monasteri, delle lampade votive, delle statue dorate, dei fumi degli incensi, delle mille bandierine sventolanti, dei cilindri rotanti per la preghiera, dei canti. La distruzione dei simboli religiosi fu condotta con tale perseveranza e metodo che persino il paesaggio cambiò. Un tempo le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che vennero rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari: fatti a pezzi. Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere del Partito. "Le Guardie rosse entrarono nel carcere. Ci mostrarono un filmato in cui si vedeva il presidente Mao passare in rassegna decine di migliaia di Guardie rosse. Ci dissero che la Rivoluzione culturale era guidata personalmente da Mao Zedong e Lin Piao. Chiunque avesse osato ostacolarla sarebbe stato "schiacciato come un verme". Durante le "sessioni di studio" dovevamo leggere il Libretto rosso di Mao. I thamzing, le "sessioni di lotta", divennero sempre più frequenti. Erano autentici processi politici. Iniziavano con una condanna verbale e finivano con un pestaggio. O con la condanna a morte. In quanto monaco, mi venivano inflitte ulteriori violenze. Mi costringevano a portare le feci sul thangka, la tavola sacra buddista. Mi sfidavano, gridando "Bod rangzen", Tibet libero. E poi mi urinavano addosso. Quando le guardie carcerarie volevano riposarsi - perché la tortura doveva comunque essere un lavoro faticoso - ci terrorizzavano con le proiezioni dei filmati. Ricordo quello di un monaco che veniva crocefisso vivo, poi ucciso a colpi di pistola e carbonizzato. Alle monache invece bisognava togliere la verginità donata alla religione. Il Partito comunista non voleva che vi fossero contatti sessuali con i detenuti, ed era una regola abbastanza rispettata. Così, le monache venivano penetrate con i famigerati bastoni elettrici. O con altri oggetti". I cimeli della prigionia Palden Gyatso apre la sua inseparabile borsa. Viaggia sempre con questo sacchetto di stoffa. Non custodisce libri di preghiera o rosari. Dentro ha la sua prima sentenza di condanna e alcuni strumenti di tortura. È quasi affezionato a questi cimeli di prigionia. "Questa sembra una torcia elettrica, ma funziona come un elettroshock: bastoni ad alto voltaggio che cominciarono a circolare nelle carceri a metà degli anni Ottanta. Amnesty International aveva ottenuto la chiusura della fabbrica che li produceva, a Glasgow. Ma il regime cinese ne aveva fatto incetta. Adesso so che lo utilizzano frequentemente anche contro i manifestanti". Nato nel 1933, anno della Scimmia, in un villaggio del Tibet a 200 chilometri da Lhasa, Gyatso torna a essere un uomo libero nel 1992. Il Dalai Lama in proposito ha commentato: "La vicenda di persone come lui rivela che i valori umani di compassione, pazienza e senso di responsabilità per le proprie azioni, che sono il fulcro di ogni pratica spirituale, sopravvivono ancora. La sua storia sarà fonte d'ispirazione per tutti noi". Chiamato a testimoniare all'Onu, al Congresso statunitense e all'Unione europea, è stato ignorato dalla diplomazia cinese, tranne che per una laconica lettera inviata alla Commissione dei diritti dell'uomo della stessa Onu: "Palden Gyatso è un criminale che persiste nelle sue attività sovversive", ha scritto nel 1995 l'allora ambasciatore Ma Yuzhens. "Il suo racconto è falso: nelle carceri cinesi la tortura è proibita". La voce interiore Quest'uomo di bassa statura, debole e denutrito, è riuscito a evadere ben due volte, prima di essere liberato definitivamente. Nel 1962 fu ritrovato dai cinesi a un chilometro dalla salvezza, il confine con il Bhutan, mentre era in fuga verso l'India. La seconda volta, nel 1979, aveva scelto invece di rimanere nella capitale. Lo fermarono mentre appendeva manifesti che chiedevano l'indipendenza del suo Paese e il ritorno in patria del Dalai Lama. "Accogliendomi, un carceriere mi urlò: "Eccoti l'indipendenza". E mi infilò un bastone elettrico in bocca, mandando una, due, tre scariche - non so ricordare quante fossero. Svenni, perdendo il controllo del mio corpo. Mi risvegliai in un lago di vomito e urina. Trovai appena la forza di sputare qualcosa che avevo in bocca. Mi accorsi che erano i miei denti. Se non fossi stato un monaco, probabilmente li avrei odiati, i miei aguzzini. Oggi invece non provo più sentimenti di rabbia o rancore per quello che mi hanno fatto. Alcuni provavano piacere a torturarmi, ma non tutti. Ricordo che una volta vidi uno di loro piangere". Gyatso è rimasto prigioniero dei suoi incubi e della lotta per un Tibet libero che torni la patria dei tibetani. Due anni fa ha piantato una tenda blu e rossa a Torino, a San Pietro in Vincoli, insieme ad altri due monaci, e ha cominciato uno sciopero della fame. "La comunità internazionale non dimentichi di pretendere il rispetto dei diritti umani dalla Cina nel momento in cui assegna le Olimpiadi del 2008". La protesta dei buddisti quella volta terminò quando Mario Pescante, rappresentante del Comitato Olimpico, inviò loro una lettera di rassicurazioni. Come Gyatso abbia resistito a trentatré anni di prigionia e torture rimane un mistero. "Se prendono il tuo corpo non fa niente, se s'impadroniscono della tua mente, allora sei davvero morto. A me veniva impedito di meditare ad alta voce o con rosari e libri. Avevo sviluppato la mia voce interiore. Mentre mi torturavano recitavo un mantra. Cercavo di pensare al dolore del mondo intero. Il mio avrebbe impedito la sofferenza di altri esseri umani. Ho cercato anche spiegazioni nel karma. Nelle mie vite passate devo aver commesso azioni terribili". Nel marzo 1989 Hu Jintao, attuale presidente della Repubblica cinese e all'epoca segretario del partito nella regione autonoma del Tibet, impose la legge marziale a Lhasa. Palden Gyatso si trovava nella prigione di Drapchi. "Con la pressione delle organizzazioni per i diritti umani, le autorità cinesi iniziarono a usare torture sempre più sofisticate. Ma non per questo meno crudeli. Si accanivano su punti particolari del corpo, picchiando organi interni come reni o fegato. È così che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cadaveri blu. E rossi. Un'altra tecnica di violenza invisibile erano i ripetuti prelievi di sangue". Ma il cambiamento arrivò. "Stranamente subito dopo l'introduzione della legge marziale, alla fine degli anni Ottanta, la mia vita carceraria cominciò a migliorare. Quando dissero che ero libero, rimasi incredulo. Fino a quel momento, ogni volta che finivo di scontare la pena, le autorità cinesi trovavano un motivo per condannarmi ancora. Ricordo che lasciai il carcere guardandomi intorno. Temevo che ci fosse qualche trappola. Gli ufficiali cinesi infatti mi pedinavano. Dopo tredici giorni riuscii a fuggire da Lhasa. Volevo raggiungere Dharmasala, per mettere la mia esperienza al servizio del Dalai Lama". Gyatso è stato poi convinto dal Dalai Lama a scrivere le sue memorie. In Italia, Il fuoco sotto la neve è stato pubblicato nel 1997 (Sperling&Kupfer). Lui è diventato il protagonista di molti documentari e invitato d'onore di tante mobilitazioni. Soldi sulla punta del coltello Uscendo di prigione, Gyatso non ha più ritrovato il suo Tibet. Ha scoperto che anche gli altri membri della sua famiglia erano stati arrestati. Uccisi. Ma ha scoperto anche di avere tanti nuovi amici. A metà degli anni Ottanta, i militanti italiani e inglesi di Amnesty hanno "adottato" Gyatso come prigioniero di coscienza, insieme a un altro monaco, Geshe Lobsang Wangchuk, che non è stato mai rilasciato. "La mia storia dimostra che gli occidentali, se lo vogliono, possono provocare dei cambiamenti. Purtroppo, molti Paesi democratici oggi sembrano interessati solo al denaro e agli affari. I diritti umani non contano più niente. Tutto questo è molto pericoloso. In Tibet c'è un'espressione che dice: "Dare i soldi sulla punta del coltello". È quello che sta avvenendo. La Cina è potente, e noi abbiamo soltanto la forza della verità". (3 aprile 2008) non mi sento di commentare una testimonianza del genere.. a ognuno la sua riflessione.. 3月27日 .......che rabbia...............da http://www.peacereporter.net Afghanistan - 27.3.2008 Afghanistan, la truffa della ricostruzione Un rapporto svela la farsa degli aiuti internazionali Un duro rapporto stilato dall’Oxfam per l’Acbar, l’agenzia internazionale che coordina un centinaio di Ong che operano in Afghanistan, denuncia la grande farsa degli aiuti internazionali destinati alla ricostruzione e all’assistenza umanitaria. Soldi promessi e mai dati. Il primo problema evidenziato dal rapporto è la scarsità dei finanziamenti a cui si aggiunge la mancata erogazione di gran parte dei fondi promessi. La comunità internazionale spende circa 4,5 milioni di euro al giorno in attività
umanitarie e di ricostruzione; per le operazioni militari i soli Stati Uniti spendono
quotidianamente oltre 60 milioni di euro: una differenza che ben descrive quali
siano le reali priorità della comunità internazionale.
Se questo già si sapeva, risulta invece degno di nota il fatto che degli oltre
15 miliardi di euro promessi dai donatori (governi e istituzioni internazionali)
dal 2001 a oggi, meno di 10 sono stati effettivamente spesi. I soli Stati Uniti,
ad esempio, hanno dato solo la metà dei 6 miliardi di euro promessi negli ultimi
anni. Gli altri Paesi, in media, hanno dato due terzi delle cifre impegnate.
Soldi che tornano indietro. Ma la rivelazione più scioccante del rapporto dell’Acbar, è che dei pochi finanziamenti
internazionali effettivamente erogati per i progetti umanitari e di ricostruzione,
quasi la metà torna nelle tasche dei Paesi donatori sotto forma di contratti d’appalto
fatti ad aziende occidentali o di spese per gli stipendi, il vitto, l’alloggio,
la sicurezza e la mobilità del personale espatriato.Per esempio, quasi la metà dei finanziamenti della Cooperazione statunitense
(UsAid) sono finiti in appalti a cinque multinazionali Usa (KBR-Halliburon, Louis
Berger Group, Chemonics International, Bearing Point e Dyncorp).
Lo stipendio medio di un operatore umanitario occidentale che lavora in Afghanistan
è di 20mila euro al mese. Per non parlare delle case con piscina e aria condizionata
in cui vengono alloggiati, delle guardie armate che proteggono abitazioni e uffici
(10 mila uomini solo a Kabul), dei rifornimenti di cibo occidentale spediti dalla
madrepatria e delle flotte di lussuosi fuoristrada Toyota.
Soldi spesi malissimo. Tolto tutto questo, i soldi effettivamente spesi per gli afgani sono stati circa 9 miliardi di dollari. Che però, spiega il rapporto, sono stati spesi nella peggior maniera possibile.
I progetti, infatti, non sono stati decisi dalle Ong in base alle effettive esigenze
della popolazione, ma sono stati gestiti dai Prt provinciali della Nato in base
a logiche militari, vale a dire allo scopo di “conquistare le menti e i cuori”
delle popolazioni che vivono nelle aree controllate dai talebani. Un sistema che
spesso finisce con il diventare un aperto ricatto nei confronti delle comunità
: “Se volete che vi costruiamo la scuola o il pozzo o la strada, dovete fornire
informazioni sui talebani e non sostenerli più”.
Una strategia che si è rivelata fallimentare sia sul piano militare (l’insurrezione
talebana si è estesa di anno in anno) che su quello umanitario, dato che i progetti
spesso vengono abbandonati per le scarse condizioni di sicurezza. che rabbia, che rabbia, che rabbiaaaaaa!!!!!!!!! ![]() 3月25日 Orrore-Afghanistan da www.peacereporter.net Afghanistan - 25.3.2008 Adesso basta Fino a quando continueremo a credere alle oscene favole che ci raccontano? Vi fa orrore quella foto che abbiamo usato per "aprire" PeaceReporter oggi? A noi sì. Molto. Probabilmente è anche contraria alla deontologia professionale. Ma non sappiamo più cosa fare per scuotere le addormentate coscienze di chi ha il potere. Ogni giorno i bollettini della Nato, o dell'Isaf, o di Enduring Freedom ci raccontano di azioni militari di terra e di aria. Cioè rastrellamenti o bombardamenti su villaggi afgani. Ogni giorno ci raccontano la favola dei nemici colpiti, dei talebani sconfitti, dei pericolosi terroristi snidati. E ogni giorno i nostri giornali e le nostre televisioni ignorano che in quel Paese, dove l'Esercito Italiano ha la sua bella parte di responsabilità, vengono massacrati bambini, donne, vecchi e uomini innocenti. O meglio, colpevoli. Colpevoli di essere afgani, magari del sud, magari di pelle e di pelo più scuri degli altri. E allora meglio ammazzarli da piccoli, o meglio ammazzarne le donne. Sai mai che quei piccoli crescano, sai mai che quelle donne mettano al mondo altri futuri pericolosi nemici. Come faceva Erode, come abbiamo già fatto con i pellerossa, con gli indios, con gli ebrei. Isaf, Nato, Enduring Freedom? Sveglia, gente. Sono esattamente la stessa cosa: una banda di assassini che vanno a sterminare una popolazione solo perché non ha nessuna intenzione di farsi rapinare del suo uranio, delle sue preziose gemme, dei suoi metalli rari, della sua terra, preziosa perché vicina alla Cina, preziosa perché scorciatoia nel trasporto della nostra benzina. Noi siamo parte di questa banda di assassini, e solo questo fatto ci dovrebbe garantire - a tutti, sia chi agisce sia chi sta zitto a vedere o a fingere di non vedere - una tremenda maledizione, se le maledizioni fossero cosa reale. Ci stiamo comportando esattamente come si comportavano i tedeschi durante il terzo reich. Intorno a loro l'orrore, ma meglio fare finta di nulla. Che ci potremmo fare del resto? Stiamo combattendo i talebani, ci spiegano, perché sono oscurantisti, pericolosi, terroristi. Non fini e colti come quelli che da noi, lo vedi?, alla fine si convertono pure. Palle. Sono solo palle. E maledetto chi le racconta, maledetto anche chi ci crede. La Nato, l'Isaf, Enduring Freedom, i Paesi che compongono questa santa alleanza, fanno affari ogni giorno con regimi che in confronto quello dei talebani era un faro di progressismo. Proteggono e armano dittatori di ogni specie. Addestrano e organizzano bande di assassini pari loro. Basta, basta prenderci per i fondelli. Noi sappiamo. E abbiamo le prove delle vostre menzogne, della vostra ipocrisia grondante di sangue e assetata di danaro sporco. Non crediamo nelle maledizioni: se fosse, vi malediremmo, voi e i vostri complici. Ma prendiamo qui e oggi l'impegno di non darvi respiro. E di segare le gambe alle vostre menzogne come voi segate quelle delle donne, degli uomini, dei bambini che state sterminando in nostro nome. 3月21日 Forza Kofi... :)21/03/08 - Kofi Annan critica la comunità internazionale per le crisi in Iran e DarfurL'ex-Segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha tenuto ieri una conferenza stampa a New York, in cui ha apertamente criticato la comunità internazionale per il modo in cui sono gestite le crisi in Iran e in Darfur. Annan ha in particolare dichiarato che una guerra contro Teheran sarebbe “un vero disastro”.
Sul Darfur, la regione sudanese teatro di un conflitto che dal 2003 ha provocato più di 200.000 vittime, Annan ha invece denunciato “l'ipocrisia” di alcuni stati occidentali, i quali dopo aver sostenuto la campagna internazionale per la cessazione delle ostilità non hanno fornito i mezzi militari alla missione di pace dell'Onu, la quale non può ancora schierare i 26.000 effettivi previsti per la mancanza di mezzi di trasporto adeguati. da www.peacereporter.net 2月4日 Afghanistan - Italiani all'attacco: 'vittime civili'Il governatore della provincia occidentale di Farah, Ghulam Mohaidun Balouch, ha dichiarato questa mattina all'agenzia France Press che “truppe Nato italiane” hanno preso parte all’attacco avvenuto la scorsa notte nel distretto di Bakwa contro un abitazione nella quale si trovavano alcuni talebani, tra cui un loro comandante locale, il mullah Abdul Manan.
Secondo il governatore, le vittime del raid, condotto con il supporto aereo dell’aviazione alleata, sono otto talebani e almeno due civili: una donna e un bambino, moglie e figlio di uno dei guerriglieri. Ma il capo della polizia del distretto di Bakwa, Khan Agha, sostiene che le vittime civili dell’attacco italiano sono di più: “Nell’operazione – ha dichiarato – sono state uccise nove persone, tra cui due donne e due bambini. Mullah Manan non è tra le vittime”. Secondo Khialbaz Sherzai, comandante provinciale della polizia, “nel raid sono stati uccisi sette civili, tutti membri di una stessa famiglia, tra cui una donna e due bambini”.
Zona di operazione italiana. Nel distretto di distretto di Bakwa, nel sud della provincia di Farah, operano le forze speciali italiane della Task Force 45 impegnate nell’operazione Sarissa e, in situazioni di emergenza, i bersaglieri italiani della Forza di Reazione Rapida, dotati di elicotteri da combattimento Mangusta e carri armati Dardo. Già un anno fa, nel febbraio 2007, le forze italiane presero parte a un’offensiva per la riconquista del distretto di Bakwa. Lo scorso novembre, sempre nella provincia di Farah, le truppe italiane sono state impegnate per tre settimane nelle operazioni di guerra contro i talebani che avevano conquistato i distretti di Bakwa e Gulistan. Il comando italiano smentisce. Il comando italiano di Herat si è precipitato a smentire, con un comunicato, le dichiarazioni del governatore della provincia di Farah. “In relazione alle notizie riportate da un articolo di PeaceReporter dal titolo ‘Italiani all’attacco: vittime civili’ e ripreso successivamente da alcune agenzie di stampa e giornali on line, il Comando della Regione Occidentale a guida italiana precisa che la notizia è falsa e priva di ogni fondamento. In particolare nessuna unità delle forze armate italiane ha partecipato ad alcuna operazione svolta la scorsa notte nel distretto di Bakwa. nonostante abbia cercato un po' qua e là, nessuno dei principali quotidiani nazionali on line, salvo l'Unità (http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=72639), riporta la notizia. eccessiva prudenza nel verificare le fonti o censura? 2月2日 Appello per la vita di Sayed Pervez, giornalista afgano condannato a morteROMA - Un appello per salvare la vita del giovane giornalista afgano Sayed Pervez Kaambaskh condannato a morte per aver scritto, su un giornale locale del suo Paese, un articolo nel quale avrebbe offeso il poeta Maometto.
La vicenda di Pervez ha suscitato indignazione soprattutto in Gran Bretagna: i giornali inglesi, Independent in testa, hanno lanciato campagne per evitare che finisca nelle mani del boia. Il Parlamento europeo con una lettera del suo Presidente Hans Gert Poettering indirizzata al Presidente Karzai per fermare il boia.
Sayed Pervez, 23 anni, appena assunto dal quotidiano afgano di Mazar-i-Sharif (nel nord del Paese), "Nuovo Mondo" avrebbe scritto un articolo ritenuto blasfemo da un tribunale locale e, per questo, si trova in carcere da tre mesi. Nell'articolo, Pervez avrebbe sostenuto "il diritto delle donne ad avere più mariti così come, secondo il Corano, un uomo può sposare fino a quattro donne". Secondo un'altra versione Pervez si sarebbe limitato a scaricare un testo "vietato" da internet. La sua situazione è precipitata ieri, quando a Kabul si è svolta una seduta del senato afgano che ha approvato (all'unanimità dei 75 senatori presenti su un totale di 120) un ordine del giorno che chiede la pena di morte per il giornalista. La mobilitazione inglese ha raggiunto il Parlamento europeo. Poettering ha scritto a Karzai, sollecitando la sospensione della condanna a morte. E ora, diversi parlamentari, tra i quali gli italiani Ferdinando Adornato e Antonio Tajani e il francese André Glucksman hanno rivolto un appello al segretario generale dell'Onu Ban ki Mon, allo stesso Karazi, al comando del contingente Nato-Isaf in Afghanistan e alle organizzazioni non governative internazionali. Nell'appello, si riassume la vicenda di Sayed Pervez, si chiede a Karzai di salvargli la vita e si aderisce alle motivazioni della manifestazione che si è svolta oggi a Kabul in difesa della vita di Pervez. Anche Repubblica si mobilita e dà vita a una raccolta di firme online aderendo alle iniziative internazionali volte a salvare Sayed Pervez. (1 febbraio 2008) 1月25日 Infanzia nel mondoda volint.it
E' stato presentato a Roma ieri 22 gennaio 2008 il rapporto UNICEF 2008 su "La condizione dell'infanzia nel mondo - Nascere e crescere sani" in concomitanza con il lancio internazionale a Ginevra. Secondo i dati riportati nel rapporto in tutto il mondo muoiono in media ogni giorno, soprattutto per cause evitabili, più di 26.000 bambini sotto i cinque anni. Vivono quasi tutti nei paesi i via di sviluppo, o più precisamente in 60 paesi.
Più di un terzo di questi bambini muore durante il primo mese di vita, di solito a casa e senza avere accesso a servizi sanitari di base e a beni di prima necessità che potrebbero salvare loro la vita. Alcuni bambini muoiono per infezioni respiratorie o diarroiche che non rappresentano più una minaccia nei paesi industrializzati, oppure per malattie della prima infanzia facilmente evitabili attraverso i vaccini, come il morbillo.
Nella metà dei decessi sotto i cinque anni, una delle principali cause è rappresentata dalla malnutrizione, che priva il corpo e la mente di un bambino piccolo degli alimenti necessari per la crescita e lo sviluppo.
Anche l'acqua non potabile, i servizi igienico- sanitari scadenti e le condizioni igieniche inadeguate contribuiscono ad aumentare la mortalità e la morbilità infantile.
Sierra Leone e Angola, insieme all'Afghanistan, continuano ad avere i più alti tassi al mondo di mortalità infantile e anche di mortalità da parto - chiara indicazione di come le conseguenze dei conflitti si protraggano per molti anni anche dopo la fine delle ostilità. Fra i paesi in via di sviluppo Cuba, Sri Lanka e Siria hanno ottenuto i massimi risultati nella riduzione della mortalità infantile.
La riduzione del tasso globale di mortalità sotto I cinque anni di due terzi tra il 1990 e il 2015 è anche l'Obiettivo 4 per lo Sviluppo del Millennio (MDG). Dato che, nel 1990, i decessi infantili ammontavano, in termini assoluti, a circa 13 milioni l'anno, raggiungere il MDG 4 significa che, nei prossimi sette anni, il numero di decessi infantili dovrà essere ridotto della metà, cioè fino a circa 13.000 al giorno, o circa cinque milioni l'anno.
Con questi ritmi attuali, difficilmente si potranno raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio per l'infanzia relativi alla salute. Al di la delle priorità stabilite su scala globale, la protezione della vita di un bambino deve essere messa al primo posto, perchè ogni singolo bambino di ogni angolo del mondo ha lo stesso diritto di vivere.
Valbona Ndoj 1月5日 Buon anno da Gino Stradadalla newsletter di Emergency
L’anno passato, nei Centri chirurgici e in quelli pediatrici e di maternita’ di Emergency, oltre 350.000 persone hanno ricevuto le cure di cui avevano bisogno. E le hanno ricevute gratuitamente, perchè insieme al bisogno ne avevano anche diritto. E’ questa la prima voce del nostro "bilancio del 2007". Abbiamo assistito con professionalità e passione un grande numero di esseri umani. Nel 2007 ci siamo anche trovati, in Afghanistan, ad occuparci di rapimenti e di scambi di persone. Non lo abbiamo voluto nè cercato, ma abbiamo deciso che era nostro dovere fare tutto il possibile perchè una vita umana in più potesse sfuggire alla spietata criminalità della guerra. E abbiamo dovuto pagare le conseguenze degli sporchi giochi della politica di chi fa la guerra. Siamo stati attaccati da molte parti e in modi diversi. Rahmatullah Hanefi, manager dell’Ospedale di Emergency a Lashkargah, ha dovuto subire tre mesi di carcere nel totale isolamento. Su di lui (e su Emergency) sono piovute calunnie e infamie gratuite. E’ stato fatto di tutto per cacciare Emergency dall’Afghanistan. Siamo stati accusati di curare i nemici, e si è fatto di tutto per impedirci di curarli. Questo ci è sembrato intollerabile, e abbiamo preferito chiudere temporaneamente tutte le nostre strutture piuttosto che accettare quella imposizione. Abbiamo lasciato l’Afghanistan per due mesi, fino a quando ci è stato chiaro che la posizione della politica di Kabul e di Roma non era più sostenibile. A fare la differenza sono stati tantissimi cittadini e autorità afgani, che hanno fatto pressione perchè finisse "la guerra a Emergency", perchè tornassero ad esistere i 3 ospedali chirurgici, il Centro di maternità e quello di pediatria, le 23 cliniche e posti di primo soccorso sparsi per il Paese, le 3 cliniche all’interno delle prigioni. Loro hanno fatto buona guardia, affinchè quel patrimonio della collettività non venisse saccheggiato o affidato agli sciacalli di turno. Loro hanno difeso i nostri ospedali e ci hanno convinto del grande sostegno che avremmo trovato tornando ad aprirli. Così è stato. Abbiamo potuto riprendere le nostre attività esattamente come prima della irruzione della politica nel nostro lavoro, i nostri ospedali e centri di medicina sono tornati ad essere luoghi neutrali e indipendenti, aperti a tutti, luoghi dove non si hanno nè si vogliono avere nemici, ma solo pazienti da curare. Il 2007 è stato anche l’anno in cui ha aperto i battenti, sul Nilo Blu alla periferia di Khartoum, il Centro Salam di cardiochirurgia. Una struttura di assoluta avanguardia, il primo ospedale di alto e livello e gratuito per i malati di cuore nel continente africano. In poco più di 6 mesi, al Centro Salam sono state operate oltre 300 persone, in larghissima maggioranza giovani e bambini. In molti si sono presentati all’ingresso, provenienti da tutte le parti del Sudan per uno strano tam tam che ha fatto sapere dell’esistenza del Centro a migliaia di chilometri di distanza. Molti altri sono arrivati da altri Paesi del continente, dal Ruanda e dalla Eritrea, dalla Repubblica centrafricana e dal Congo, dopo essere stati visitati e valutati a casa propria dai cardiologi del Centro. Abbiamo scoperto nuove tragedie sanitarie, abbiamo constatato enormi e vitali bisogni insoddisfatti, insopportabili discriminazioni e ancora più insopportabili sofferenze. Ci siamo occupati dei pazienti, e continuiamo a farlo. Questa io credo sia Emergency, una associazione non di parte nè di partito, tenuta in vita solo dal consenso e dal contributo di centinaia di migliaia di cittadini italiani.
Grazie a tutti, buon anno e buon lavoro a tutti noi.
Gino Strada |
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