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日志


4月8日

Evviva la politica...

dal correre.it
«La fragilità genetica» in un dibattito con il filosofo Onfray
«Pedofili si nasce». Bufera su Sarkozy
L’arcivescovo di Parigi: idee inaccettabili
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PARIGI — S’invelenisce la campagna elettorale francese. A due settimane dal primo turno delle presidenziali, polemiche e insulti hanno il sopravvento sul confronto di programmi. L'ultima scintilla è una questione posta da Nicolas Sarkozy ("Pedofili si nasce o si diventa?") che ha suscitato le reazioni dei rivali. François Bayrou ha definito «agghiaccianti» e «inquietanti » le affermazioni dell'ex ministro degli Interni, pubblicate sulla rivista Philosophie Magazine. Il partito socialista le ritiene «sorprendenti» e Ségolène «vergognose».
Il leader della destra, discutendo con il filosofo Michel Onfray, ha detto di ritenere la pedofilia una patologia di cui la scienza e la medicina non hanno trovato sistemi di cura. Sarkozy ha fatto analoghe considerazioni a proposito del suicidio degli adolescenti, dichiarandosi più propenso a credere a una «fragilità genetica» che a una responsabilità affettiva dei genitori. Secondo Bayrou, candidato centrista e cattolico, Sarkozy sembra credere al destino predeterminato dell'individuo e quindi escludere il lavoro di prevenzione. Una critica che ha trovato eco anche presso le autorità ecclesiastiche. L'arcivescovo di Parigi, monsignor André Vingt-Trois, giudica «grave» e inaccettabile l'idea «che l'individuo nasca predeterminato».
Sarkozy non ha risposto alle accuse, invitando gli avversari a tenere i nervi saldi e a non abbandonarsi a semplificazioni elettorali. «Non è con le polemiche che si cresce nei sondaggi», ha detto, aggiungendo che il suo pensiero è contenuto «in una conversazione di quattro ore con uno dei maggiori filosofi francesi ». Non è tuttavia la scienza che interessa l'ex ministro, ma la proiezione sul voto di una delle tante inquietudini che percorrono la società francese. Sarkozy cerca da tempo le contromisure ai numerosi delitti a sfondo sessuale che hanno pesantemente scosso l'opinione pubblica.
Il leader della destra invita alla calma, ma anche lui dà segnali di nervosismo. Colpa dei sondaggi, che rendono ancora incerto il sogno di conquista dell'Eliseo. Il foglio satirico Canard Enchainé ricostruisce battute pesanti nei confronti di giornalisti. Sarkozy avrebbe accusato la redazione del canale France 3 di aver trasmesso un reportage «disonesto». Il «presidenziabile » ha smentito il termine, ma ne ha usato un altro: «inaccettabile». Un altro scontro verbale (ovviamente smentito) viene rivelato dall' ex ministro per le Pari opportunità Azuz Begag, il quale sostiene di essere stato insultato e minacciato («Sei un coglione sleale, fai schifo, ti spaccherò la faccia») durante una discussione sulla crisi delle banlieues.
Nei giorni scorsi, dopo i gravi incidenti alla Gare du Nord, Sarkozy ha accusato Ségolène Royal di stare dalla parte dei giovani violenti e degli scrocconi che non pagano il biglietto, beccandosi del bugiardo e del manipolatore. Gli ultimi sondaggi confermano l'ascesa del Fronte nazionale di Jean-Marie Le Pen. Per questo, Sarkozy non va troppo per il sottile nel distinguere delinquenti e pedofili, immigrati clandestini e scansafatiche. «Sarkozy sta facendo di tutto per garantirsi l'appoggio del Fronte al secondo turno», dice Bayrou.
Sarkozy è largamente in testa e sicuro di passare il primoturno, fra due domeniche. Al secondo posto, soltanto due o tre punti percentuali separano la candidata socialista Ségolène Royal (in ribasso) da François Bayrou (stabile). Le Pen oscilla fra il 13 e il 16 per cento,ma gli osservatori ritengono che il Fronte abbia forti margini di crescita. Sarkozy è dato vincente contro Ségolène e perdente contro Bayrou, ma potrebbe trovarsi di fronte Le Pen, per la seconda volta in finale come nel 2002. Un'eventualità che garantirebbe a Sarkozy l'ingresso all'Eliseo, ma che condizionerebbe, due settimane dopo, le elezioni politiche, dal momento che la sinistra e Bayrou farebbero fronte comune contro la destra. Uno scenario da presidente dimezzato e senza maggioranza non è un'eventualità da escludere.
Per evitare rischi, il leader del centro-destra alza i toni, nel tentativo di «svuotare» il più possibile il serbatoio dell' estrema destra. Dal canto suo, Le Pen cerca furbescamente una nuova legittimità. Si è anche improvvisato difensore dei giovani immigrati delle banlieues: «Voi siete cittadini francesi, vi aiuteremo a uscire dal ghetto dove i politici vi hanno rinchiuso per poi trattarvi come canaglie». E le «canaglie» si vendicano: Sarkozy, che si vanta di aver riportato l'ordine nelle periferie, non è ancora riuscito a organizzare una sola visita nelle zone calde del Paese. L'altro giorno ha dovuto persino annullare con una scusa (il ritardo dell'aereo) la visita in una pasticceria di Lione. Un centinaio di giovani si preparavano a fischiarlo.
Massimo Nava
08 aprile 2007
Non stiamo messi male solo in Italia allora..la strumentalizzazione di problemi sociali critici come la pedofilia, i suicidi giovanili e le banlieues è la cartax andare avanti anche nella vicina Francia. Chissà se sentiremo mai parlare un politico di programmi, di soluzioni, e magari ascoltandolo penseremo "mmm... in gamba...". non so se il mio è solo pessimismo, ma queste notizie mi buttano davvero a terra!

 

3月26日

La verità di Gino Strada

da www.peacereporter.net
 
Gino Strada con un paziente in AfghanistanGino Strada in questi giorni ha un altro prigioniero da liberare: Rahmatullah Hanefi, manager dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. E stato portato via da uomini dei servizi segreti afgani martedì 20, all'alba, da allora non se ne hanno notizie: nessuna informazione sulle sue condizioni, sulla sua "detenzione" o sui motivi che l'hanno determinata è stata comunicata alla sua famiglia o a Emergency. Non sono state formulate accuse contro di lui né è stato prodotto alcun documento ufficiale che spieghi perché, da martedì mattina, Rahmatullah Hanefi si trovi nella sede dei servizi segreti a Lashkargah senza possibilità di comunicare con l'esterno. Grazie a Rahmatullah, Daniele Mastrogiacomo è oggi a casa tranquillo. Eppure, non si percepisce grande attenzione sulla sua sorte e impegno istituzionale per liberarlo. Come fosse, e sono in molti a sostenerlo, che Emergency e Gino Strada avessero strappato e gestito autonomamente la trattativa con i talebani.
"Non siamo noi ad essere intervenuti", dice seccamente Gino Strada. "Ci è stato chiesto, mi è stato chiesto di intervenire, di provare a fare qualche cosa. E tutto quel che ho fatto o detto è stato concordato".
Quando ti è stato chiesto di intervenire? E chi te lo ha chiesto?
Ero in Sudan, a Kartoum, dove stiamo per aprire un centro di cardiochirurgia di altissimo livello che cercherà di soddisfare – gratuitamente per tutti – il fabbisogno di una regione vasta più dell'Europa intera. Decisamente in tutt'atre faccende affaccendato, quando ho ricevuto la prima telefonata.
Chi ti ha chiamato?
Prima mi ha chiamato la Repubblica, il direttore Ezio Mauro. Poi sono stato contattato dal Governo italiano. Entrambi, il giornale e il Governo, mi hanno chiesto di attivarmi per portare a casa Daniele. Sapevano del ruolo di Emergency, del rapporto che Emergency ha con la popolazione afgana, della stima e dell'affetto che ci circondano in questo paese. E io mi sono subito attivato, ovviamente. Salvare vite umane è importante sempre e comunque.
Come?
Ho avvisato la sede di Milano, e ho attivato immediatamente Rahmatullah Hanefi, il manager dell'ospedale di Lashkargah. Lavorando laggiù, ero certo che avrebbe trovato la strada per raggiungere il mullah Dadullah. E infatti l'ha trovata. E da subito ci è stato chiarito che l'unico canale praticabile per portare i messaggi di Dadullah e le risposte del Governo italiano sarebbe stato il nostro. Proprio per il credito che Emergency ha acquisito con il suo lavoro e la sua professionalità.
Chi ve lo ha “chiarito”?
I talebani.
Ma che ruolo avete avuto? Diciamolo una volta per tutte.
Il nostro ruolo è stato quello, semplice per modo di dire, di postini, di portaparola. Ovvio che una parola portata da un'organizzazione come Emergency, proprio per quello che fa in Afghanistan dal 1999, vale più della parola portata da altri. Che nel migliore delle ipotesi sono dei perfetti sconosciuti. Nella peggiore e più realistica sono visti come dei nemici. Come coloro che stanno, ancora una volta, portando guerra in questo martoriato paese.
Ma avete trattato voi?
Non ci saremmo mai permessi di trattare. Non è il nostro compito, non è il nostro ruolo, non è nel nostro potere farlo. Eravamo pronti a chiedere un gesto umanitario, nel caso la situazione fosse precipitata. Ma più che quello non avremmo potuto fare. Ci siamo limitati a trasmettere i messaggi da un protagonista all'altro, tra il Governo e i rapitori.
Quindi non avete posto condizioni, come l'uscita di scena dei servizi italiani?
Assolutamente no. Abbiamo prima consigliato che il loro ruolo fosse il più discreto possibile. Solo perché sapevamo che la pretesa della parte talebana era di trattare attraverso Emergency. E perché sappiamo quanto controllino effettivamente il territorio. In seguito è stato proprio Dadullah, in una telefonata che ci è arrivata domenica 18, a dirci che sapeva dell'arrivo di alcuni italiani a Kandahar. “Se non spariscono – ci ha detto – Daniele e il suo interprete sono morti”. Ci siamo limitati a riferirlo immediatamente.
Ma tu non hai mai avuto a che fare con i servizi o sì?
Io no di certo. Ma so che in Italia c'era chi, per Emergency, stava in contatto con dei funzionari costantemente. E so che anche il loro ruolo è stato importante. Da quanto mi hanno detto dall'Italia, sono stati loro a gestire i rapporti con i servizi “alleati” ottenendo che non si commettessero imprudenze.
Tipo dei blitz armati?
Non lo so. Ma immagino che ci fossero alcuni che spingevano per questa soluzione.
Ma tu sai quanti canali sono stati aperti da altri, o hanno tentato di aprire altri?
No, ma so che c'è stato un momento - un altro momento in cui Daniele e il suo interprete hanno rischiato la vita - in cui persino gli afgani hanno provato ad aprire dei canali. Che ovviamente sono stati rifiutati, e hanno causato problemi.
Una delle critiche che sono state fatte è stata l'eccessiva publicità data alla vicenda e alle varie fasi della trattativa.
Noi avevamo chiesto l'assoluto riserbo. Sono stati altri a parlare di “canali umanitari”. Ed era ovvio a quali canali si riferissero. Tant'è che i centralini della sede di Milano sono diventati roventi, dopo quella frase sui canali umanitari.
Abbiamo chiesto da subito un comportamento responsabile della stampa. Ma non sempre il mondo dell'informazione ha capito quanto fosse rischioso accreditare le notizie più strampalate. Si è addirittura detto che Daniele era libero, ad un certo punto. E anche questo ha messo a rischio la sorte dei prigionieri dei talebani.
Ti riferisci a quando i Talebani hanno poi rilanciato chiedendo cinque persone invece che tre?
Uno dei tre che avrebbero dovuto uscire ha preferito rimanere in carcere. Temeva che una volta fuori, volessero ucciderlo. Per questo Dadullah ha cambiato le sue richieste.
Cosa ti ha lasciato questa storia?
Cosa mi ha tolto, semmai. Un fondamentale collaboratore. Un grande amico, di cui non ho notizie da tre giorni. Per adesso quel che rimane, oltre alla gioia per la liberazione di Daniele, è l'amarezza per la morte del suo autista, la grande preoccupazione per Rahmat e Adjmal Nashkbandi, entrambi scomparsi. E l'amarezza nel constatare che non per noi, ma per altri in Italia, la sorte di due afgani, uno dei quali indispensabile alla liberazione di Daniele, non è poi così importante.
12月31日

opinioni

 
il mondo è andato in iraq per costruire la democrazia.
noi, in italia, c'abbiamo creduto. abbiamo lottato per questo.
berlusconi al parlamento nel 2004:
"Abbiamo agito ogni giorno nella convinzione, a cui restiamo fedeli, che il principio dell'autogoverno sancito nella Carta dell'Onu si fonda sull'effettiva possibilità che ogni popolo sia libero di scegliere il proprio governo, attraverso il metodo della democrazia.
La coalizione internazionale che ha abbattuto il regime dispotico e sanguinario di Saddam Hussein ha agito per rendere praticabile quel principio.
Il regime di Saddam Hussein si fondava proprio sulla negazione dei diritti e delle libertà del popolo iracheno. Aveva scatenato due guerre offensive nell'arco di dieci anni e altre poteva intraprenderne".

http://www.forza-italia.it/speciali/iraq_berlusconi.htm
eppure io da qualche parte avevo sentito parlare del diritto alla vità. boh.
e insomma, in iraq, con le prime elezioni libere da più di mezzo secolo si era sentita davvero la forza della democrazia.
(http://www.repubblica.it/2005/a/sezi.../votoreaz.html)
trovo molto interessante:
(su http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=1532&lg=it)
Il Presidente iracheno Saddam Hussein è stato ormai condannato a morte. Non ci interessa difenderlo ma è bene ripassare alcune caratteristiche din un processo tenuto in un paese occupato in nome della democrazia e della difesa dei diritti umani. In primo luogo, sebbene sia stato detto che fu una coalizione internazionale quella che interveniva in Iraq, non è stata la Corte Internazionale di Giustizia che lo ha giudicato. Forse perché, come ha detto la scrittrice iraniana Mazamín Amirian, in quel caso non avrebbero potuto condannarlo a morte e dunque assicurarsi il suo silenzio.
In questo processo, svoltosi in un paese sotto occupazione militare, senza infrastrutture né indipendenza della magistratura, furono assassinati diversi suoi avvocati, altri rinunciarono alla difesa di fronte alle minacce ed uno dei giudici fu rimosso dall'incarico su richiesta del governo.
Gli interventi di Saddam Hussein durante le sedute non furono dffusi dai media, né registrati e deposti agli atti. Ai giornalisti era vietato l'accesso alla sala, né risulta vi sia un verbale del processo. La difesa non ha potuto citare testimoni di nazionalità non irachena, per cui, come ben ricorda Amirian, non si è potuto sapere chi gli forniva dall'occidente l'antrace e le tossine botuliniche con cui fabbricare le sue armi biologiche. Compresi i vertici delle imprese francesi e statunitensi che, mentre agiva da amico dell'occidente nella guerra contro l'Iran, lo rifornivano di armi chimiche.
Con l'obiettivo di aizzare la guerra settaria tra Sunniti da un lato, e Sciiti e Curdi dall'altro, il crimine sotto giudizio è l'aver firmato la condanna a morte di 143 Sciiti nel 1982. Di sicuro, meno condanne di quelle firmate da George Bush mentre era governatore del Texas. Nulla viene detto dei quattromila comunisti iracheni assassinati nel 1963, quello fu un servizio della CIA ed è perdonato.
Se la responsabilità dela morte di queste 143 persone merita la forca, sarebbe bene riflettere su che condanna si meriterebbero i responsabili dei 654.965 morti che la guerra di "liberazione" in Iraq ha provocato in questo paese, secondo le cifre della rivista britannica The Lancet.

ma insomma.
quale paese si è battuto più di tutti sventolando la bandiera della democrazia da piantare in iraq? gli stati uniti d'america.
gli stati uniti sono una democrazia? dicono che sia la prima democrazia moderna del mondo.
e allora ha vinto la democrazia moderna. eh, in alcuni degli stati uniti c'è anche la pena di morte.
e allora avrà vinto la democrazia.

noi siamo civili. e giusti.

 
Uccidere un assassino è un assassinio? La punizione per un delitto può essere applicata con lo stesso delitto? Lo stupro con lo stupro, il furto con il furto, la morte con la morte? Condannare l’omicidio e poi applicarlo per legge è un incantesimo. Una contraddizione della mente umana. E’ vendetta, non legge. Saddam è stato impiccato. Condannato dagli iracheni. Ma non ci crede nessuno. Le mani del boia erano irachene, ma il cappio era di Bush.
Saddam andava condannato all’ergastolo. Doveva invecchiare in carcere. Perdere la sua spocchia. Con l’esecuzione gli è stata regalata una dignità che non aveva. Una grandezza made in Texas.
In morte di Saddam, ora martire, bisognerebbe ricordarsi della guerra con l’Iran finanziata dagli Usa. Del buon Saddam alleato dell’Occidente contro Khomeini. Del Saddam laico e filo occidentale. Poi si è messo in proprio e questo è stato un affronto intollerabile per la democrazia americana. Quella dei due milioni di carcerati e dei bracci della morte. E del controllo del Golfo Persico.
Se Saddam era un criminale, allora lo sono alcuni capi di Stato che siedono all’Onu. Perchè Saddam sì e loro no? Il petrolio. Il mondo intero ha dichiarato la prima guerra all’Iraq a causa dell’invasione del Kuwait e dei suoi pozzi di petrolio. Nel Darfur sono morte centinaia di migliaia di persone. Nessuno ha mosso un dito. In Cecenia non sono rimasti in piedi neppure i palazzi. Nessuno ha mosso un dito. L’ipocrisia della condanna a morte giusta, occidentale e petrolifera.
Saddam è stato un criminale? Ha sterminato i curdi con il gas? Ucciso i suoi oppositori? Sì, certo. Ma quando sarà finita la guerra in Iraq si potrà fare una contabilità dei morti. E saranno molti, molti di più di quelli attribuiti al regime di Saddam. Qualcuno sarà appeso a una corda per i quarantamortialgiornochenonfannopiùnotizia? Sarà condannato a pagare una multa, un’ammenda, dovrà chiedere scusa? Saddam ha pagato, con dignità, il suo conto. Hiroshima, i Gulag e il Tibet non li pagherà mai nessuno.
12月30日

barzellette...non che ci sia poi tanto da ridere...

[...]
Tuttavia gran parte dei proventi petrolifieri andarono negli apparati di sicurezza iracheni (responsabili di reprimere ogni opposizione interna) e nell'esercito. Husayn desiderava ottenere la leadership dell'area vicino-orientale, il che lo pose in conflitto con l'Iran dove nel 1979 era salito al potere l'Āyatollāh Khomeyni (1900 - 1989), cacciando dal trono lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1919 - 1980).
Entrambi gli Stati ambivano a un ruolo egemonico nell'area del Golfo Persico e del Vicino Oriente. Prendendo a pretesto la questione delle frontiere fra i due Paesi (specie la discussa linea di confine che correva nello Shatt al-ˁArab, fino ad allora regolamentata dall'accordo bilaterale di Algeri) l'Iraq attaccò l'Iran nel 1980 in quella che fu allora definita la "Guerra del Golfo" (oggi più nota come guerra Iran-Iraq), durata dal 1980 al 1988, anche se solo nel 1990 le operazioni belliche cessarono del tutto.
L'Iraq fu appoggiato sia dagli Stati Uniti - perché Khomeyni era loro notoriamente avverso - sia, ma solo parzialmente, dall'URSS che preferiva un governo laico a uno di matrice islamica. Le truppe irachene nel periodo 1980 - 1986 avanzarono celermente nel territorio iraniano grazie agli aiuti militari ricevuti e a una discreta assistenza degli USA che permisero all'Iraq di usufruire delle fotografie del teatro bellico prese dai loro satelliti militari, ma dal 1986 l'Iran riuscì a organizzare un'accanita resistenza richiamando gli Iraniani ai loro più profondi sentimenti patriottici contro quello che ritenevano un aggressore. Gli iracheni nel 1988 furono ricacciati quasi interamente dal territorio iraniano anche se il restante territorio occupato fu sgomberato solo dopo la fine del conflitto, a seguito di appositi accordi bilaterali.
Saddām Husayn accettò una tregua e la pace fu stipulata nel 1990, anno in cui entrambi i paesi erano ormai stremati per la lunghissima guerra.
 [..]
Nel novembre del 2000 Saddām iniziò a richiedere che il petrolio iracheno fosse pagato in euro anziché in dollari, forse perché gran parte delle importazioni irachene avvenivano dai paesi europei, ma più probabilmente per tentare di indebolire la moneta statunitense: infatti secondo alcuni la domanda di dollari sarebbe dovuta soprattutto alla compravendita del greggio in quella valuta, il che sosterrebbe il suo cambio, proteggendolo dalla svalutazione; secondo costoro l'invasione statunitense del 2003 può essere interpretata anche come uno scontro fra petro-dollaro e petro-euro.
[..]
Accusato di non aver adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale e di possedere ancora armi nucleari, chimiche e biologiche, mai trovate però dagli ispettori dell'ONU, l'Iraq venne nuovamente attaccato. Il 19 marzo 2003, 300.000 soldati statunitensi e britannici invasero da sud l'Iraq dando il via all'operazione Iraqi Freedom con l'obiettivo di disarmare e distruggere il regime di Saddām, accusato di collusione con il terrorismo internazionale.
[...]
Sottoposto a processo da un tribunale iracheno assieme ad altri sette imputati, fra cui il fratellastro, tutti gerarchi del suo regime, per crimini contro l'umanità, in relazione alla strage di Dujayl del 1982 (148 sciiti uccisi), il 5 novembre 2006 è stato condannato a morte per impiccagione (Husayn aveva richiesto la fucilazione) e il 26 dicembre 2006 la condanna è stata confermata dalla Corte d'appello. Con lui è stato condannato a morte per impiccagione anche Awwad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario, mentre Taha Yasin Ramadan, vice presidente, è stato condannato all'ergastolo. La condanna è avvenuta alle 6 del mattino (ora irachena)del 30 dicembre 2006.
[...]
L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush)
 
06.00 - Il presidente George W. Bush ha definito l'impiccagione di Saddam Hussein "l'atto di giustizia che lo stesso Saddam aveva negato alle vittime del suo brutale regime". Per Bush, che ha definito "equo"' il processo ricevuto da Saddam, l'impiccagione dell'ex presidente iracheno è stata "una tappa importante" nella strada dell'Iraq verso la democrazia.
 
l'uomo + potente del mondo dice che la pena di morte è la strada verso la democrazia. sarà che Saddam non era l'unico pazzo???
8月29日

Finita???

War is over?
La settimana in Afghanistan e Iraq, dove la guerra non è mai finita... n.34 - 2006 dal 17/8 al 23/8
Afghanistan.
un combattente talebanoIl 17, i talebani hanno liberato 15 operatori sanitari che erano stati rapiti nei pressi di Kandahar. Un ordigno, pare portato inconsapevolmente in casa da un ragazzino, è esploso all'interno di un'abitazione nella provincia di Herat: 3 civili sono morti e altri 3 sono rimasti feriti. Un attentatore suicida ha attaccato un posto di polizia a Tarin Kot, capoluogo della provincia di Uruzgan, ferendo 8 poliziotti afgani. Un altro attentatore suicida ha scagliato la propria auto carica di esplosivo contro un convoglio di Isaf ed esercito agano, vicino a Kandahar, ferendo due soldati Isaf. Secondo un portavoce talebano, invece, nell'attacco ci sarebbero stati 6 fra morti e feriti, tra le truppe della coalizione. I residenti della zona hanno riferito di pesanti scontri fra truppe Isaf e talebani nell'area di Sangin, provincia di Helmand. Sempre il 17, un soldato della Coalizione è stato ucciso in combattimento vicino ad Asadabad, nella provincia di Kunar. Un altro militare della coalizione è rimasto ferito. Un veicolo Isaf in pattuglia è sfuggito a un attentato suicida vicino a Tarin Kowt, un poliziotto è rimasto uca suciso e altri sei feriti. Anche l'attentatore è morto. Una pattuglia di forze congiunte della Coalizione e dell'esercito afgano è stata colpita da un ordigno esplosivo ed è stata poi attaccata da miliziani nel distretto di Waza Khwa, provincia di Paktika: un soldato afgano è rimasto ucciso e un veicolo della coalizione danneggiato, mentre i miliziani sono fuggiti a bordo di due camion. Poco dopo, gli aerei della coalizione, allertati dalle truppe di terra, hanno colpito e distrutto due camion con a bordo tra le 10 e le 15 persone. Un portavoce della coalizione si è detto “fiducioso che i camion fossero gli stessi che fuggivano dal luogo dell'attacco”. Un portavoce dei talebani hanno rivendicato nuovi scontri a fuoco nella provincia di Kunar e l'esplosione di una mina radiocomandata contro un veicolo della coalizione nella provincia di Ningarhar, con un numero di vittime imprecisato. La coalizione ha smentito gli attacchi di Ningarhar. Il capo della polizia della provincia di Paktia ha reso noto che sono 4 i civili uccisi, tra cui una donna, e altri 4 i feriti nel raid aereo dell'aviazione Usa nel distretto di Pathan, giovedì 16. Il raid è stato sferrato in risposta ad un attacco dei talebani, che avevano lanciato 5 missili contro il quartier generale del distretto. 12 poliziotti di frontiera afgani sono stati uccisi e altri due sono rimasti feriti da “fuoco amico” in un raid degli elicotteri della coalizione nel distretto di Tora, provincia di Paktia. Un portavoce della coalizione ha dichiarato di non potere divulgare dettagli perché sull'episodio è stata aperta un'inchiesta.
 
 
chi ha detto che è finita? fa comodo pensarlo, ma non è così. non se ne parla + ed è come se fosse stato solo tutto 1 brutto sogno... archiviato e sostituito da un altro. come se controllassero e aggiornassero ogni periodo la memoria dei cittadini italiani, stile Orwell (x chi non l'ha letto, consiglio 1984..)

L'odore della guerra

 
Da 'PeaceReporter.net" del 31 Maggio 2006:

L’odore terribile della cancrena di ferite aperte mischiato a quello delle feci, lasciati a marcire in una specie di cunicolo senza luce, ammassati l’uno sull’altro, le facce grigie, gli occhi spalancati che spuntano dal buio e dalle barbe incolte. Difficile riconoscere in loro tratti umani e forse umani non sono. Sono i nemici, i talebani, che importa se hanno vent'anni o sedici, e se moriranno marcendo nella loro stessa merda.
Questo è lo spettacolo che si presentò al team di Emergency nel carcere di Shebergan quando riuscì ad ottenere dall’Alleanza del Nord il permesso di accedervi. Emergency, oltre a curare i feriti civili della guerra (il 90% delle vittime sono civili) ha avviato dal 2001 un programma di assistenza nelle prigioni afgane di Shebergan, Duab, Kabul, Lashkargah. Oltre a visite periodiche per fornire assistenza sanitaria ai prigionieri, sono stati realizzati interventi di ristrutturazione dei servizi igienici e allestite cliniche e ambulatori. I prigionieri bisognosi di cure medico-chirurgiche vengono trasferiti nei centri chirurgici di Emergency più vicini.
Su Repubblica di oggi, mercoledì 31 maggio, Guido Rampoldi scrive che “nell’ambiguità del Bene l’ospedale di Emergency occupa un posto particolare, trattandosi d'un ospedale per “feriti di guerra”, dunque anche per militari Taliban... aprire un centro sanitario che rimette in sesto i combattenti d'un regime spaventoso, così da rimandarli al fronte, a noi non pare un grande affare per la pace e per l’umanità. Saremo cinici ma ci sembrano più umanitarie le bombe e le pallottole…”. Si potrebbe pensare che non vale la pena di soffermarsi su affermazioni così aberranti. Che cosa suggerisce Rampoldi, di non fare prigionieri? O nel caso di finirli con un colpo alla nuca? Ma questi deliri non sono le sparate di un naziskin di periferia con gli amici al bar, sono scritti nero su bianco su uno dei più grandi e autorevoli quotidiani nazionali, sono “opinioni” e fanno “opinione”.
Sono il segnale allarmante di quanto lo spirito della guerra è penetrato nelle nostre “civili” coscienze e di quanto le sta imbarbarendo. I valori minimi di umanità che imporrebbero almeno la pietà per i prigionieri sono stati di fatto bruciati con le torture di Abu Grahib e degli altri carceri segreti sparsi per il mondo, sono finiti nelle gabbie di Guantanamo o negli sgozzamenti in presa diretta perpetrati dai cosiddetti resistenti, ed ora con parole come quelle di Rampoldi se ne elogia e se ne auspica il ripudio completo, si denuncia come un crimine il curare un ferito e come un tradimento la pietà umana.
Uscire subito da questa terrificante logica di violenza è sempre più urgente. Non solo per salvare le vite dei nostri soldati in Iraq e in Afghanistan e quelle delle persone che da loro potrebbero essere uccise e ferite, ma anche per salvare la nostra stessa civiltà, o ciò che ne resta, dalla prospettiva di danzare sui cadaveri dei nemici uccisi o appendersene gli scalpi alla cintura.
(Vauro Senesi)
 
 

www.beppegrillo.it

da www.beppegrillo.it

28 Agosto 2006

Imagine a Middle East...

imagine.jpg

Riporto un appello di padre Alex Zanotelli e della Rete lilliput sulla missione in Libano. Appello che io sottoscrivo e che pone molte domande a cui spero il Governo voglia rispondere.
"Sembra essersi formato un consenso generale sull’opportunità/necessità che l’Italia partecipi alla Forza Internazionale di Interposizione in Libano. È indubbio che per arrestare la spirale di violenza che sempre più insanguina il Medio Oriente, e si estende pericolosamente al resto del mondo, sia più che mai necessario un impegno attivo della comunità internazionale, sotto la guida dell’Onu. L’esito di un tale impegno dipende tuttavia in modo determinante dalle condizioni in cui verrà attuato e condotto. Sembra più che mai necessario richiamare l’attenzione del Governo, del Parlamento e di tutti i cittadini su alcuni punti molto delicati.
Una prima considerazione doverosa è che la guerra in Libano ha occultato il problema palestinese. Non sembra accettabile, in particolare, che la comunità internazionale ignori completamente il fatto che Ministri e Parlamentari di un paese che dovrebbe essere sovrano siano stati sequestrati (ancora dabato 19 agosto il vice-premier, Nasser-as-Shaer), imprigionati, ed almeno in un caso anche torturati. In nessun altro Paese un simile intervento straniero potrebbe venire tollerato: perché nessuno reagisce nel caso di Israele? È inaccettabile il silenzio del Governo italiano.
Venendo alla costituzione di una Forza Internazionale di Interposizione, essa deve ubbidire ad alcune condizioni fondamentali ed elementari: è evidente che non possono farne parte militari di un paese che non sia rigorosamente equidistante tra i due belligeranti. L’Italia ha stipulato lo scorso anno un impegnativo Accordo di Cooperazione Militare con Israele, che inficia in modo sostanziale e irrimediabile la nostra equidistanza. Il Diritto Internazionale impone, come minimo, la preventiva sospensione di tale Accordo, i cui termini dettagliati devono assolutamente essere resi noti all’opinione pubblica.
È il caso di ricordare ancora che Israele ha partecipato a manovre militari della Nato svoltesi in Sardegna, nelle quali si saranno indubbiamente addestrati piloti ad altri militari israeliani, impegnati poi nella guerra in Libano. Da queste circostanze discende una ulteriore condizione: è necessaria una garanzia assoluta che il comando di questa Forza di Interposizione rimanga strettamente sotto il comando dell’Onu, e non possa essere trasferita in nessun momento alla Nato.
È assolutamente necessario, inoltre, che le spese della missione non gravino ulteriormente sul bilancio dello stato italiano, e in particolare non comportino riduzioni delle spese sociali, ma rientrino nel bilancio del Ministero della Difesa per le missioni militari italiane all’estero.
Queste sembrano condizioni fondamentali e irrinunciabili per la partecipazione del nostro paese.
Rimangono però altre riserve. Appare singolare e tutt’altro che neutrale il fatto che una Forza Internazionale di Interposizione venga schierata sul territorio di uno dei due Paesi belligeranti, quello attaccato, e non sul loro confine. Deve essere chiaro pertanto che, finché tale forza opererà in territorio libanese, essa deve essere soggetta alla sovranità libanese, e che non potrà in alcun modo essere incaricata del disarmo né dello scioglimento di Hezbollah. Queste condizioni operative esporranno comunque i militari che compongono questa forza ad agire nel caso in cui avvengano (reali o pretese) provocazioni: come potranno opporsi con la forza all’esercito israeliano, tutt’ora presente in territorio libanese? Non ci si facciano illusioni sulle regole d’ingaggio, che verranno decise dall’organismo che guiderà la missione, e non dal nostro Governo. Riteniamo giusto richiedere anche che il contingente militare sia affiancato da un congruo numero di volontari disarmati.
Deve infine risultare estremamente chiaro che questa Forza di Interposizione non potrà mai, e in alcun modo, essere coinvolta in una ripresa o in una estensione del conflitto. Così come deve essere escluso un suo impiego per proteggere le ditte italiane che si lanceranno nel lucroso business della ricostruzione del Libano.
É necessario fugare con molta chiarezza qualsiasi illusione che l’interposizione militare, anche nelle migliori condizioni, sia risolutiva per il conflitto in Medio Oriente, soprattutto per risolvere la fondamentale questione palestinese. Chi arresterà la distruzione delle case, delle coltivazioni e delle infrastrutture dei palestinesi, gli omicidi mirati (in palese violazione di qualsiasi norma giuridica)? Chiediamo pertanto che, prima di inviare un contingente italiano, il nostro Governo ponga con forza a livello internazionale l’esigenza irrinunciabile del dispiegamento di una forza internazionale di pace anche a Gaza e in Cisgiordania, a garanzia della sicurezza di Israele e come condizione per la creazione di uno Stato Palestinese.
Chiediamo che su queste questioni fondamentali vengano prese ufficialmente decisioni chiare, esplicite e trasparenti, e si esigano le dovute garanzie a livello internazionale".

7月29日

diario dal libano

Scusatemi ma oggi
ho solo voglia di piangere

di LINA KHOURY

Non riesco a trattenere le lacrime. Non riesco a smettere di piangere. Sono paralizzata, impotente, sperduta: solo questo mi sento di raccontare oggi. Questa mattina avevo deciso di partire per Beirut e stavo preparando la macchina, quando un missile è esploso a pochissima distanza dalla mia casa, nel villaggio dei miei genitori, qui al nord del paese. Il missile ha distrutto il ripetitore della televisione e dei telefoni cellulari e danneggiato la strada principale, che è a soli cinque minuti di auto da qui e che è quella che avrei dovuto percorrere per andare a Beirut: tutti sono fuggiti, si sono sentite urla e pianti, per fortuna nessuno è rimasto ferito.

Quel missile ha distrutto quel piccolo senso di sicurezza che ci eravamo costruiti noi che siamo fuggiti nei villaggi del nord. Dopo l´esplosione, l´elettricità va e viene, la televisione non funziona più, e neanche i cellulari: sono gli amici da Beirut a chiamarci per dirci se dobbiamo di nuovo avere paura, se gli aerei israeliani stanno ancora facendo rotta verso il nord. Da loro la televisione funziona ancora, noi siamo tagliati fuori dal mondo. Non sappiamo quando torneranno a colpirci, non sappiamo perché: Hezbollah è nel sud del Libano, noi siamo a nord. Che c´entriamo noi in questa guerra? Perché ci stanno facendo questo?

L´angoscia sale, le lacrime scorrono: quando ero bambina, durante la guerra civile, non era così. Anche quando avevo paura erano i miei genitori a decidere per me, io dovevo solo obbedire. Ora io sono un´adulta responsabile e devo pensare anche a proteggere loro. Andare via? Dove? Per quale strada? Chi mi dice che la mia auto non sarà presa di mira da un missile?

I giornali dicono che in tutto il mondo la gente protesta contro la guerra e che mercoledì a Roma ci sarà una grande conferenza internazionale per parlare della nostra situazione. Mercoledì! Quanto ci vuole a decidere che è il momento di cessare il fuoco e far passare gli aiuti? Cosa stanno aspettando i governi di tutto il mondo? Lo sanno quanto è lontano mercoledì per la gente del Libano?

Drammaturga libanese
(23 luglio 2006)
7月21日

giochiamo 1pò alla guerra 4

da http://guerrillaradio.iobloggo.com/

20/07/2006

EDUCATIONAL-ISRAEL

"...è come se, ai tempi del terrorismo irlandese dell’IRA, noi inglesi avessimo reagito bombardando Belfast e catturando i ministri del governo irlandese"
 
 (Il Financial Times)
  m
 m
BAMBINI LIBANESI PRIME VITTIME DEL FUOCO ISRAELIANO
 .
 "Il mio cagnolino ha le zecche. Ieri una zecca mi ha punto, così io ho bombardato il mio cagnolino. Ho il diritto di difendermi."
  .
(Daniele Luttazzi)
 .
 .
behind the democracy of israele...
 .
"1. Gli israeliani non sono un popolo inferiore agli altri.
2. Israele non e' una nazione inferiore alle altre.
 
3. Gli israeliani non sono un popolo superiore agli altri.
4. Israele non e' una nazione superiore alle altre."
 
7月20日

giochiamo 1pò alla guerra3

 
17 lug 16:50  Medioriente: missile israeliano centra bus, 12 civili morti
SIDONE (Libano) - 12 civili libanesi sono morti in un attacco dell'aviazione israeliana. E' accaduto a Rumailah, localita' alle porte della citta' di Sidone, nel sud del paese. Il missile ha colpito in pieno un piccolo autobus mentre attraversava un cavalcavia. Tra le vittime ci sarebbero due donne e tre bambini. Lo ha reso noto l'agenzia France Press. (Agr)

esempio di autodifesa israeliana

autodifesa israeliana 2

autodifesa 3

autodifesa 4

autodifesa 5

 

L’AZIONE DEL GOVERNO DI ISRAELE E’ TERRORISMO

L’Italia abbia la stessa “Equi-Distanza” con chi pratica il terrorismo

Nel Governo di Israele come in quello Palestinese, accanto chi vuole soluzioni politiche, ci sono forze che teorizzano e praticano il terrorismo.
Terrorista è chi si propone di attaccare le scuole uccidendo bambini ma terrorista è anche  chi bombarda bambini sulle spiagge; terrorista è chi mette bombe sugli autobus ma  terrorista è anche chi manda missili sulle case; terrorista è chi uccide un ministro ma terrorista è anche chi sequestra e tortura i membri del parlamento e del governo avversario; terrorista è chi minaccia l’esistenza di uno stato ma terrorista è anche chi affama e asseta un intero popolo distruggendo ospedali e centrali elettriche.
Se l’Italia ha deciso di isolare internazionalmente il Governo di Hamas per le sue posizioni politiche e le sue pratiche di lotta ora l’Italia deve fare la stessa cosa con il di governo di Israele. Come ha detto Prodi dobbiamo essere equi-vicini con i due popoli e per la nascita dello Stato di Palestina accanto a quello di Israele. Per farlo però dobbiamo essere al contempo distanti nello stesso modo da chi alimenta l'odio e pratica il terrorore.
Di fronte ad un crimine contro l’umanità stare fermi significa essere complici

from: http://www.iacopovenier.it/

7月19日

giochiamo 1pò alla guerra2

da www.beppegrillo.it

Erode 2006

civilian_victims_lebanon_1.jpg

Caro Grillo, sono Nicola Migliorino professore all' Università di Exeter, invio alcune foto spedite da Hanady Salman, un giornalista di As-Safir (quotidiano di Beirut), con questo messaggio:
"Cari amici e colleghi,
dovete scusarmi per le foto che vi invio. Sono immagini di bambini uccisi da Israele nel Libano del sud. Sono completamente bruciati. Ho bisogno del vostro aiuto. Sono abbastanza certo che queste foto non saranno pubblicate in Occidente, sebbene siano Associated Press pictures.

civilian_victims_lebanon_3.jpg


Ho bisogno del vostro aiuto per pubblicarle se potete. A queste persone era stato chiesto di lasciare il loro villaggio, Ter Hafra, la mattina, entro due ore circa, altrimenti... Quelli che hanno potuto si sono recati alla base ONU più vicina che gli ha chiesto di andarsene. Io penso che dopo i massacri di Qana del 1996 quando i civili furono bombardati nel suo quartier generale, l'Onu non voglia essere responsabile per le loro vite.

civilian_victims_lebanon_2.jpg

Pochi minuti fa, Israele ha chiesto agli abitanti del villaggio di Al Bustan di evacuare le loro case. Ho paura che i massacri continueranno sino a quando le azioni di Israele non saranno sotto controllo. Per favore, aiutateci se potete".
Hanady Salman
 
c'è chi dice che Israele s dve pur difendere in qualche modo. forse se nelle foto sopra c fosse il figlio di QualcunoCheConta non lo si direbbe +.
7月15日

giochiamo 1 pò alla guerra

 
 BEIRUT (Reuters) - Gli attacchi dell'aviazione israeliana hanno ucciso oggi almeno 27 civili, con bombardamenti sul Libano per il quarto giorno consecutivo, dopo che il capo degli Hezbollah ha dichiarato guerra aperta allo stato ebraico in seguito al bombardamento ieri della roccaforte del gruppo a Beirut.

Un missile israeliano ha colpito un pullmino vicino al porto meridionale di Tiro uccidendo 15 passeggeri e ferendone sei, ha detto la polizia . Il mezzo trasportava delle famiglie evacuate dal villaggio di Marwaheen dopo che Israele aveva invitato i civili a lasciare le loro abitazioni.

Gli aerei israeliani hanno anche bombardato un ufficio degli Hezbollah nel distretto sud di Beirut di Haret Hreik, attaccando strade, ponti e stazioni di servizio nel nord, nell'est e nel sud del Libano. Il bilancio complessivo è stato di 12 morti e 32 feriti, hanno detto fonti della sicurezza.

Durante una drammatica telefonata alla televisione degli Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah ha annunciato ieri che il gruppo di guerriglieri aveva colpito una nave da guerra israeliana al largo di Beirut e ha minacciato di lanciare attacchi all'interno dello Stato ebraico.

Israele ha detto di aver recuperato il corpo di uno dei quattro marinai dispersi dopo l'attacco, parte della più sanguinosa ondata di violenza in Libano da un decennio, cominciata mercoledì scorso con un'incursione nella quale i guerriglieri Hezbollah hanno catturato due soldati israeliani e ne hanno uccisi otto.

La campagna israeliana ha ucciso finora 93 persone, tutti civili a parte due, e paralizzato l'economia libanese.

Lo scopo di Gerusalemme è non solo di costringere gli Hezbollah a liberare i soldati rapiti, ma di bloccare i lanci di razzi verso il nord di Israele, dove quattro civili sono stati uccisi questa settimana.

L'offensiva israeliana si è attirata le critiche della maggior parte della comunità internazionale, ma la Casa Bianca ha detto che il presidente Usa George W. Bush non forzerà Israele a interrompere le sue operazioni militari.

La violenza in Libano coincide con l'attacco israeliano alla Striscia di Gaza lanciato il mese scorso per cercare di recuperare un altro suo soldato catturato dai militanti palestinesi e porre fine al lancio di razzi da parte dei militanti.

Nell'ambito di questa offensiva a Gaza, l'aviazione israeliana ha attaccato il Ministero dell'Economia di Hamas e una abitazione. Un militante di Hamas è stato uccisa nell'attacco alla casa e altre otto persone sono rimaste ferite, fra le quali un neonato e un bambino.

Israele ha detto che la casa è stata colpita perché ritenuta il luogo in cui si preparavano e venivano immagazzinate armi, fra cui razzi.
 
mamma che rabbia...